Ho
curato, a metà anni 70 (credo nel 1976 o 77), insieme a mio fratello Salvatore,
una mostra con foto, racconti e documenti e che esponemmo in piazza per la
festa de l'Unità, sulla storia del PCI di Campobello. In quella occasione feci
ricerche, interviste e studiai documenti. Credo che tutto quel lavoro oggi
sia perduto, ma ho chiarissimo nella mente quasi tutto. Per questo, anche
sollecitato da più parti, voglio scriverlo prima che si perda anche il ricordo
orale.
In questo articolo mi
concentro su un particolare periodo e su una particolare figura: la ‘za Nina
Lauricella.
Cerco di raccontare
fatti, ovviamente narrati dal mio punto di vista, che è quello di chi, pur non
avendoli vissuti in prima persona, ha però raccolto testimonianze dirette da
chi c’era e comunque inquadrandoli in un contesto più ampio di storia
siciliana. Non c’è alcun intento offensivo nei confronti di nessuno, ma la
storia è sempre di parte, e, anche se i fatti appartengono alla verità, la loro
interpretazione fa invece parte del nostro libero giudizio.
Personalmente pur
cercando di avere una certa obiettività, anche alla luce del tempo ormai
passato che ha rimarginato molte ferite, necessariamente ho letto e leggo
questi fatti dal punto vista della sinistra e del Partito Comunista Italiano di
cui ho fatto parte da quando avevo 15 anni fino al suo scioglimento, senza
intenti apologetici, anzi più che critici, ma non perdendo mai di vista la
propria parte, il fine della propria politica e il proprio ideale: la giustizia
e l’equità sociale, la fine dei privilegi e dello sfruttamento. Se riuscite a
finire il racconto di quegli anni vi prego quindi di essere indulgenti anche se
non condividete un giudizio o se trovate inesattezze nella narrazione dei
fatti. Raccoglietene anzi spunto per animare un dibattito senza preconcetti e
con spirito costruttivo per riappropriarci di quella storia di cui tutti noi in
qualche modo siamo figli.
Brevi accenni alla storia del PCI di Campobello di Licata: lo sciopero del 21 dicembre 1947 e le sue conseguenze. La ‘za Nina.
Permettetemi una breve premessa
generale per inquadrare il clima di quegli anni.
Il 21 dicembre 1947 è una data
spartiacque per la Sicilia.
Dopo il luglio del 43 e lo sbarco
degli americani, mille fermenti erano scoppiati in più direzioni, ma quello che
si andava a delineare chiaramente, con Portella della Ginestra e la strage di
lavoratori che andavano a festeggiare il Primo Maggio, era uno scontro frontale
tra agrari, notabilato e borghesia e la grande massa di braccianti senza terra
e diseredati in cerca di lavoro e di pane. Nel ’45 l’Italia si era finalmente
liberata tutta dal giogo nazi-fascista e la politica nazionale dopo il viaggio
di De Gasperi negli USA, la scissione socialista e la nascita del Governo De
Gasperi III nel ’47 era in una fase di grande fermento. In questo governo si
era rafforzata la presenza democristiana e agli Interni era approdato il democristiano
e siciliano di Caltagirone Mario Scelba.
Si svolgono, per la prima volta, ad
aprile le elezioni dell’Assemblea regionale siciliana. Le sinistre si
presentano unite insieme al Partito d’azione nella lista del Blocco del Popolo,
simbolo l’effigie di Garibaldi. Per la DC una secca sconfitta: perde 13 punti
rispetto al voto del 2 giugno 1946.
L’assemblea Costituente in autunno
si avviava alla fine del suo lavoro scrivendo la nostra amata Carta
Costituzionale: nella primavera successiva si sarebbero svolte le elezioni
politiche e l’Italia avrebbe preso la sua strada.
Sul piano internazionale Truman,
presidente USA, dichiarava sostanzialmente che avrebbe contrastato con ogni
mezzo l’ascesa dei comunisti in Europa. La tensione fra USA e URSS, sempre più
palese, divideva il mondo e anche gli italiani.
In questo clima, nell’autunno del '47, in tutta la Sicilia la sinistra chiama i lavoratori alla lotta e, speranzosi di
poter dare ad agrari e vecchia aristocrazia la spallata finale, prepara, in un
clima sempre più teso, uno sciopero generale in tutta l’isola per il 21 di
Dicembre.
La parola d’ordine sarà data da Pancrazio De Pasquale ad una
riunione della Direzione regionale del PCI: “Faremo il ‘48”.
Anche a Campobello il clima era tesissimo. La sinistra in
termini numerici era maggioritaria. La CGIL contava circa 3000 iscritti e il
PCI più di 900. E i dirigenti di allora volevano dare una prova di forza che
portasse a far capire che occorreva socializzare le ricchezze della terra e
darla a chi la lavorava. Ovunque in Sicilia lo schieramento di forze
dell’ordine messo in campo da Scelba era imponente.
La manifestazione culmina con un comizio in piazza XX
Settembre che scalda ancora di più gli animi. Non si sa da chi e come, parte
l’assalto al Circolo dei “Galantuomini” frequentato dalla piccola borghesia
locale (non credo fosse preparata, i compagni che intervistai mi negarono tutti
che avessero organizzato in anticipo l’attacco). Il Circolo, deserto, viene
devastato e a quel punto la folla si dirige verso la sede della Democrazia
Cristiana che però aveva organizzato una certa difesa. È così partono diversi
colpi di pistola, uno dei quali ad altezza d’uomo dalla sede DC colpisce a
morte un bracciante, Giovanni Vizzì.
Sarà uno dei tanti morti di quel giorno in Sicilia (tre a
Canicattì e poi a Partinico e altri nel siracusano e nell’agrigentino).
La folla, impaurita si disperde e le forze dell’ordine
riprendono in qualche modo il controllo.
Ma la tensione resta altissima in tutto il paese e le
notizie che giungono dagli altri paesi non sono confortanti.
Scelba a questo punto attua una fortissima repressione in
tutta l’isola. In particolare nei giorni successivi allo sciopero vengono
eseguiti a Campobello oltre 30 arresti, se non erro 38. Tutto intero o quasi il
gruppo dirigente del PCI. Ma la popolazione ancora una volta si ribella e
circonda la Caserma dei Carabinieri. Per evitare guai peggiori, vengono liberati gli arrestati, denunciandoli a piede libero. Gli arresti verranno eseguiti
nottetempo nei giorni successivi e portati direttamente al carcere di San Vito
ad Agrigento. Gli arrestati furono 36 perchè alcuni fecero in tempo ad espatriare.
Il fallimento dello sciopero e la velleità dei dirigenti
comunisti siciliani fu alla base delle sconfitte successive alle politiche
del 48 e, insieme all’intervento mafioso sempre più forte a fianco
degli agrari, contribuì al progressivo declino di quella forza fondamentale per
le masse più deboli della popolazione e alla delusione di tante speranze.
Tra gli arrestati di Campobello che saranno poi condannati
in un lungo processo a varie pene, se non erro alcuni anche a tre anni, vi era
anche Sebastiano La Greca marito di Antonina Lauricella conosciuta da tutti
come la ‘za Nina.
Mentre in molti altri paesi siciliani la sconfitta e la
repressione avevano provocato l’assoluto indebolimento del Pci e delle Camere
del Lavoro, la partenza per l’estero di parecchi dirigenti preoccupati da
minacce mafiose e repressione scelbiana, a Campobello di Licata, nonostante le ferite
e il lutto, la partecipazione politica rimase altissima e il sostegno e la
solidarietà per le famiglie dei 36 carcerati fecero da cemento per dare
continuità all’attività politica.
In questi anni la ‘za Nina dimostra notevoli capacità di
dirigente diventando un po’ la madre coraggio del quartiere più popoloso, più
povero e più “rosso” del paese, quello di San Giuseppe/Uliva.
Non è solo una madre che deve crescere nell’assoluta povertà
ma anche con grande dignità i propri figli da sola, ma è anche l’attivista che
organizza tutte le proteste e le proposte di quegli anni, è il punto
riferimento per le controversie, le rimostranze del quartiere e quando c’è da
schierarsi a favore della giustizia per riparare a qualche torto non esita
anche a prendersela con coraggio con qualsiasi autorità a cominciare dal
sindaco e dalla burocrazia.
Anche quando il marito Sebastiano e tutti gli altri
scontarono finalmente la pena la ‘za Nina non perse grinta e passione politica
e si era fatta notare come una delle più capaci donne comuniste in Sicilia.
Quando la intervistai per organizzare la mostra di cui ho parlato in
premessa mi disse che a più riprese le avevano proposto un ruolo nel gruppo
dirigente del PCI sia in federazione e addirittura nel comitato regionale.
“Ma – mi disse – io a malapena so leggere e scrivere, che ci
avrei fatto con tutti quegli intellettuali? E chi ci avrebbe badato ai miei
figli?”
Verso la metà degli anni ’60 organizzò un’Assemblea delle Donne Comuniste.
Ora bisogna considerare cosa ciò significasse in Sicilia in
quegli anni, sia dal punto di vista del costume che da quello politico.
Donne
che parlavano e si interessavano di politica si contavano nel palmo di una mano
un po’ in ogni città. Ma la ‘za Nina riuscì a riempire all’inverosimile il
“Salone delle rose” (di Giammusso) e a quel convegno partecipò una dirigente
nazionale che credo si chiamasse Rita Montanari e, insieme ad una brava
compagna di Canicattì di cui adesso non ricordo il nome ma della quale la ‘za
Nina aveva grande stima perché come lei era “figlia del popolo”, prepararono
la relazione per quel convegno con una serie di rivendicazioni per migliorare
la vita delle donne e delle famiglie.
Quando io la conobbi e la intervistai la ‘za Nina si era
ritirata dalla politica. Lessi nei suoi occhi la delusione e una certa animosità
nei confronti del gruppo dirigente locale di quel tempo. Non mi disse niente di
preciso ma seppi che nella cruenta fase di rinnovamento che il PCI a Campobello
visse alla fine degli anni ’60 con uno scontro frontale tra i vecchi dirigenti
e una nuova generazione di “giovani intellettuali” rispettivamente guidati da
Giovanni Riggeri (che fu più volte sindaco) e Calogero Gueli, la ‘za Nina, come
tanti compagni di allora, sentì grande il peso di doversi schierare tra quelli
in cui aveva sempre avuto fiducia e questi nuovi giovani che, pur tra tante
contraddizioni, potevano portare però ad un rinnovamento della politica e del
paese. Lo scontro si concluse con una scissione: i vecchi dirigenti vennero
espulsi con un lungo strascico di polemiche e di rancori culminati anche in
diversi processi penali e civili.
La ‘za Nina a quel punto decise di ritirarsi e nessuno la
cercò più. Fino a quando un ragazzo neanche ventenne, che a stento lei
riconosceva come comunista per le sue origini familiari ma che aveva saputo che
se la cavava e che le veniva descritto come un bravo compagno, non venne ad
intervistarla per farsi raccontare di quando organizzava i comizi di quartiere,
le riunioni di caseggiato e di come era difficile essere donna, mamma e
comunista, tra velate minacce, chiacchiere e cattiverie. Eppure era rimasta
fiera e integra nella coscienza. La sentivo dura e provata dagli anni ma ancora
“pasionaria” e con un carisma fortissimo. Mi piace pensare che contribuii con
quella intervista alla sua successiva richiesta di rifare la tessera del
partito. Ma non tornò più alla politica attiva anche perché era ormai avanti
negli anni.
È bello che il Consiglio Comunale abbia dedicato anni fa
un’importante strada della nostra Campobello a questa sua figlia, senza la
quale, anche se non lo sappiamo, non saremmo quello che siamo, non saremmo quel
paese diverso da tanti altri. Se il nostro è un paese di cui andare fieri per
tanti aspetti lo dobbiamo anche alle donne e agli uomini che in quei momenti
difficili seppero mantenere dignità e passione per le idee facendo sempre gli
interessi della loro comunità.