Mio zio Umberto è stato per me, fin da bambino, una fonte di ispirazione e lo è ancora.
Il più grande rammarico che ho, è quello di non aver appreso da lui, come invece direttamente o indirettamente hanno fatto i miei fratelli e cugini, a suonare la chitarra. Ma per il resto: il Milanismo, la passione per la musica, lo stuzzicare la fantasia e l'immaginazione e soprattutto l'attitudine a vedere nelle persone la parte più divertente e a sorriderne senza cattiveria, tutto questo l'ho ereditato da Umberto.
Il più grande rammarico che ho, è quello di non aver appreso da lui, come invece direttamente o indirettamente hanno fatto i miei fratelli e cugini, a suonare la chitarra. Ma per il resto: il Milanismo, la passione per la musica, lo stuzzicare la fantasia e l'immaginazione e soprattutto l'attitudine a vedere nelle persone la parte più divertente e a sorriderne senza cattiveria, tutto questo l'ho ereditato da Umberto.
E' per questo che voglio far partecipe chi legge queste mie storie di alcuni episodi che mi sono stati raccontati da lui o che ho vissuto di persona.
Chi conosce Umberto sa bene che la verità è una cosa e ciò che lui dice è ben altro. Ma il bello è questo, Non importa se ciò che ci racconta sia vero, improntato al vero, verosimile o completamente inventato, la cosa che conta è che porti al sorriso. Mai alla derisione ma a sorridere sulle debolezze che ognuno di noi ha. Per questo nessuno se l'è mai presa più di tanto per i suoi scherzi, le sue burle o le sue battute con doppi sensi.
Perché Umberto è uno che vorrai bene, anche se ti prende in giro.
E' uno che ti vuole bene anche se ti prende in giro.
Perché Umberto è uno che vorrai bene, anche se ti prende in giro.
E' uno che ti vuole bene anche se ti prende in giro.
Queste sono quindi alcune storie tramandatemi da lui o aneddoti che giravano in famiglia. Non do alcuna assicurazione sull'autenticità e l'accoppiamento con i personaggi descritti, pur se verosimile, potrebbe essere completamente inventato.
A noi quindi non importa per niente se gli episodi qui narrati siano o meno veri, ciò che conta è che si siano raccontati e che ormai facciano parte di un immaginario collettivo che però adesso rischia di estinguersi. Per questo voglio riportarli. Questi primi due piccoli racconti li scrivo come io li ricordo, nei prossimi giorni, con il suo permesso, ne riporterò alcuni che ha scritto direttamente Umberto.
Primi anni sessanta, estate, Piazza XX Settembre. Uno dei bar più importanti del paese è quello della Zà Rosa, straordinaria pasticcera, donna tanto abile e arcigna negli affari, quanto debole con i figli. Come le mamme che, dovendo lavorare, non possono riservare ai ragazzi le attenzioni dovute e, quasi a compensare, li accontentano in tutto. Specie il piccolo.
Il maggiore dei figli, Giovanni, era di quei tipi sempre diffidenti verso i clienti.
Qundo entrava qualcuno lo guardava quasi con sospetto anziché accoglierlo con un sorriso.
Qundo entrava qualcuno lo guardava quasi con sospetto anziché accoglierlo con un sorriso.
Fuori dal bar alcuni tavoli di quelli in alluminio, con le sedie accoppiate, come usava allora. Seduti ai tavoli, specie nei pomeriggi infiniti, ragazzacci disoccupati, studenti indolenti, perdigiorno di ogni risma. Tra questi, Umberto e i suoi amici.
Non avendo niente da fare si industriavano sul come tormentare il prossimo. Quel giorno avevano scelto Giovanni, il barista, che non avrebbe avuto scampo.
Non avendo niente da fare si industriavano sul come tormentare il prossimo. Quel giorno avevano scelto Giovanni, il barista, che non avrebbe avuto scampo.
Umberto e i suoi amici fermavano tutti quelli che volevano entrare al bar e dicevano loro di ordinare una Cedrata Tassoni, all'epoca abbastanza di moda e pubblicizzata.
Il fatto è che il bar ne era sprovvisto, e quindi per tutto il pomeriggio ci fu un via vai di persone (poi reclutati anche fra quelli che semplicemente passeggiavano in piazza senza alcuna intenzione di entrare al bar) che entravano nel locale e alla richiesta della bibita si sentivano rispondere: "Unn'aiu" Non ne ho!
Alla lunga il barista si spazientì e capì che c'era lo zampino di Umberto e dei suoi amici buontemponi e quindi uscì facendo una scenata e intimando la fine di quel tormento. Per un po' quindi si interruppero le richieste della agognata bibita.
Il caso volle che quel giorno si trovasse in piazza un forestiero di passaggio, probabilmente un rappresentante di commercio, che entrò nel bar e, innocentemente, chiese: "Una Cedrata Tassoni!"
Apriti cielo. Il barista uscì dal bancone e cominciò a riempire di insulti e improperi il povero piazzista: "Ora mi avete davvero rotto i cabasisi! Non dovete mettere più piede qua dentro! Piezzi di donfannenti, nun aviti atru cchiffari?" e via urlando. Insomma arrivarono quasi alle mani.
Il caso arrivò a mia nonna Carmela, cugina della 'Zà Rosa, che pregò Umberto di andarci piano con gli scherzi. Raccomandazione assolutamente inutile!
Il caso arrivò a mia nonna Carmela, cugina della 'Zà Rosa, che pregò Umberto di andarci piano con gli scherzi. Raccomandazione assolutamente inutile!
Le tazzine sbagliate
Turiddruzzu, Totuccio, era il secondogenito della 'Za Rosa, il cocco di mamma. Anche lui dava una mano al bar, ma aveva sempre, come dire, la testa tra le nuvole, e certo era un po' sempliciotto.
Qualche volta, anche se era come sparare sulla Croce Rossa, anche lui diveniva bersaglio di mio zio Umberto e dei suoi amici, ma senza mai essere cattivi.
Un giorno, come spesso accadeva, Umberto entrò per ordinare un caffè.
Quando fu servito da Turiddruzzu notò le belle tazzine nuove e chiese a Turiddruzzu:
- Ma cu ti li detti sti tazzini? -
- Pirchì chi iannu? - fu la risposta
- Ma nun lu vidi ca t'imbrusaru?-
- Maria no!, ma chi iannu? A mmia mi parinu buoni!-
- Ma cuomu, nun lu vidi ca iannu lu manicu a sinistra? Difittusi su!-
- Maria Veru iè!- disse Turiddruzzu prendendo una tazzina con la mano sinistra - E ora cu la senti a ma Mà?!-
- Ma chi l'accattasti tu? Miegliu ca li lievi di mmienzu prima ca si nn'adduna la Za Rosa!-
In men che non si dica quelle tazzine scomparvero dal bancone del bar, e nessuno ne seppe più niente.


Anche se le conoscevo da decenni, sto ridendo ancora di cuore. Mio padre mi raccontava una gustosa appendice della storia delle tazzine, cioè che lo convinse, per salvare il salvabile, a controllare le tazzine una per una, perché sinsperava che non tutte fossero difettose, turiddruzzu iniziò a controllarle, le prendeva alzandole al livello degli occhi e diceva: chista è giusta, ne prendeva un'altra e diceva chista è difittusa e la buttava nel cestino
RispondiEliminaMisono emozionata non conoscevo gli episodi però ricordo benissimo il caffè di za rosa e Giovanni, bravo Piero fammi tornare ancora indietro nel tempo un abbraccio Giovanna
RispondiEliminaSimpatici aneddoti di una dimensione ormai persa. Avendo 37 anni , non ho vissuto quegli anni ma conosco lo spirito con cui avvenivano quegli sketch. Mi piacerebbe tanto che Campobello , e non solo, recuperasse quell'approccio alla vita semplice ed umano , dunque "pieno"!
RispondiEliminasono Valerio Sferrazza, figlio di Costantino :)
EliminaOgni tempo ha i suoi modi. Lascia a noi vecchietti il rimpianto. Voi ragazzi cercate di trovare con i mezzi di oggi il modo di realizzare la vostra umanità. Essa c'è anche quando sembra sepolta sotto le bruttezze, le cattiverie e la stupidità. Un caro saluto
Eliminami riporti ai tempi perduti.bravo.zio gigi
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