venerdì 29 maggio 2020

Burle buone, brutte e cattive


Storie di fotografi e di jazz

– Che cos’è il genio? – Chiedeva la voce fuori campo in “Amici miei”.
È fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione. –
Proprio quello che c’è in almeno un paio delle storie minime che oggi vi racconto.
I protagonisti sono il solito mio zio Umberto e due miei fraterni amici: Santo, amico e compagno che poi sarebbe anche diventato mio cognato e Mariano, detto anche Mario, amico di quelli che ne hai pochi nella vita e compagno di tante avventure ma qui però, nella storia che lo riguarda, in veste di vittima sacrificale. Sullo sfondo della terza storia, il jazz, passione comune con Mario.



La prima breve storia di oggi è una di quelle che i fiorentini chiamerebbero “burle”. Nascono senza premeditazione, appunto per “fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione”, insomma per il genio creativo di Umberto. 
Fiat Lux
Mi capitava, durante gli anni di Liceo a Canicattì (ma anche dopo), di passare a trovare mio zio Umberto presso la sua concessionaria Olivetti.
Furono gli anni di trasformazione profonda e di evoluzione rapidissima del mercato e della tecnologia delle macchine da ufficio. All’inizio, fine anni sessanta e primissimi anni 70, era ancora l’epoca delle calcolatrici a manovella, le mitiche Summa 20 e di quei gioielli di meccanica che erano le Divisumma, tra le prime macchine da ufficio meccaniche al mondo in grado di fare divisioni oltre alle altre operazioni. Erano davvero al top dell’industria mondiale nel settore e, insieme alle macchine da scrivere, da quelle personali come la Lettera 22 a quelle più propriamente da “ufficio”, rappresentavano uno dei fiori all’occhiello dell’industria italiana. Poi si affacciarono le prime fotocopiatrici a costi sopportabili anche per piccole e medie aziende e infine con l’avvento dell’elettronica, prima nelle macchine da scrivere e nelle calcolatrici e quindi con i primi personal computer tutto cambiò e iniziò una rivoluzione senza precedenti.
Era un mondo affascinante per me e divenne una vera e propria passione.
Canicattì era un centro commerciale davvero importante: ben quattro Banche lì costituitesi e nel tempo sviluppatesi, avevano la sede centrale in città. La Concessionaria Olivetti aveva il suo bel daffare a fornire e a fare la manutenzione del parco macchine di alcune delle banche canicattinesi, delle sedi centrali e di tutte le agenzie sparse per l’isola e, quando era possibile, seguivo volentieri mio zio nei viaggi che lo portavano ovunque ci fosse un’agenzia della Banca Popolare Siciliana o del Credito Canicattinese, da Ustica a Siracusa da Letoianni a Palermo.
Il fatterello di cui narro accadde quando frequentavo la V Ginnasio. Allora il Liceo Classico era privo di locali propri e veniva ospitato per lo più a Borgalino presso una ex Scuola Elementare che però non riusciva a contenere anche il Ginnasio (i primi due anni del Liceo), sballottato di anno in anno in diversi locali presi in affitto. Quell’anno ci eravamo trasferiti da un locale davvero fatiscente che chiamavamo il “pollaio” che si trovava di fronte al plesso centrale e che era inagibile quando pioveva, in dei locali, in verità degli appartamenti, di recente costruzione che si trovavano di fronte alla Villa Comunale, allora punta estrema a sud-ovest del centro abitato. La concessionaria Olivetti era lì vicino e molto spesso approfittavo di un passaggio in auto con lo zio per andare o tornare da scuola. Trascorrere del tempo con lui era sempre uno spasso e mai una routine.
Ero in concessionaria quel giorno, nella tarda mattinata. Non ricordo se lo zio e il suo socio avessero di già aperto la “loro” concessionaria o fossero ancora alle dipendenze di quella di un altro titolare, ma poco importa. Ad un certo punto passò a salutare un caro amico di famiglia che qui chiameremo “Mimmo”.
Mimmo era una persona colta, discreta e gentile; forse un po’ timido e, anche se fu vittima di questo scherzo, non era affatto uno stupido. Era semmai un po’ ingenuo e, soprattutto, si fidava dello zio e fu facile preda della sua capacità di far sembrare vere anche le cose più assurde.
Mimmo ad un certo momento dell’amichevole conversazione con lo zio Umberto si mise a parlare della sua passione per la fotografia, descrivendoci minuziosamente la camera oscura che aveva allestito in una stanza della sua casa e delle sue attrezzature. Ci disse che però quella stanza aveva due grandi finestre e della difficoltà incontrate per tenere ben chiuse le imposte e non far entrare la luce. Nonostante tutti gli accorgimenti da lui adottati, un po’ di luce, specie di giorno, filtrava sempre e di questo si rammaricava molto perché rischiava di rovinargli i negativi e le stampe.
A questo punto, ecco il genio, Umberto gli fece:
– Ma non sai che ormai c’è una facile soluzione a questo problema? –
– Davvero? – gli rispose, interessatissimo, Mimmo.  
Umberto allora gli raccontò che qualche giorno prima era stato al negozio di Di Vita e Failla e che ad un signore che aveva lo stesso problema era lì stato proposto un nuovissimo prodotto, un po’ costoso ma di sicura efficacia: una lampada di luce nera.
– Una lampada di luce nera? – fece Mimmo.
– Si. Tu l’accendi e nella camera si fa il buio totale. – fece sicuro Umberto – Guarda, se fai presto prima che chiuda, puoi prenderla al loro negozio –
Mimmo, preso dall’entusiasmo di Umberto e dalla curiosità per quel miracoloso marchingegno in grado di risolvergli il problema, non stette a rifletterci e senza farselo ripetere salì in macchina per andare al fornitissimo negozio di Di Vita e Failla.
Umberto a questo punto alzò il telefono e chiamò il negozio raccontando dell’assurda richiesta che da lì a poco avrebbe fatto loro un cliente, pregandoli di stare al gioco. Conoscendo Umberto e assecondandolo, appena arrivò Mimmo gli dissero che l’articolo era andato a ruba e aspettavano una seconda fornitura.
Io e lo zio poi passammo dal negozio per farci raccontare nei particolari come fosse andata e quelli ci raccontarono che Mimmo aveva chiesto tutte le caratteristiche della lampada: come funzionasse, chi la produceva, il modello, il costo. Loro si erano mantenuti sul vago, giustificandosi con il fatto che il prodotto era ancora sperimentale e che, visto il riscontro del mercato, volevano ottenerne l’esclusiva per tutta la Sicilia e quindi non potevano dare troppe informazioni. Ridemmo a crepapelle alle spalle del povero Mimmo!
Non ho mai saputo se il prode Mimmo tornò poi al negozio per sapere se la lampada fosse arrivata o se anche lui, illuminatosi finalmente della luce della ragione, si fece quattro risate insieme ad Umberto compatendosi per lo scherzo subìto.

Concorrenza

Per me le burle più belle sono quelle in cui la stessa vittima, dopo un attimo di rabbia e di voglia di riempirti di botte, alla fine scoppia a ridere e si complimenta, autocommiserandosi per la sua ingenuità.
È di questo tipo la storia che coinvolge Mario come vittima e Santo come protagonista.




Con Santo abbiamo condiviso tantissime esperienze, organizzato eventi, svolto battaglie, partecipato a iniziative, acquisendo un livello di confidenza e complicità che basta uno sguardo, un ammiccamento o un leggero cambio nel tono di voce per intenderci al volo e reggerci vicendevolmente la parte.
Era il giorno di Natale, prima metà degli anni ottanta. Avevamo appena finito il tradizionale pranzo di famiglia dalla nonna Maria. Ci stavamo quasi annoiando quando proposi di rompere i cabasisi a qualcuno. Non c’erano ancora i cellulari quindi bisognava chiamare qualcuno che stesse a casa o comunque che potessimo rintracciare ad un telefono fisso.
Santo oppose una tale resistenza alla proposta che non feci in tempo a girarmi e aveva già il telefono in mano. Mi chiese: – Allora, chi chiamiamo? - E io risposi, pensandoci un attimo:- Mariano? –
Santo imitava abbastanza bene la voce di Giovanni Amato, il decano dei fotografi del paese e con il quale Mariano non aveva particolari rapporti se non quelli formali di colleghi che si rispettano.
E così, detto e fatto, Santo alzò il telefono e, improvvisando assolutamente ogni cosa, chiamò Mariano che era ancora in pieno pranzo natalizio, fingendo di essere Giovanni Amato.
– Mario, dobbiamo parlare urgentemente. Ci possiamo vedere subito? –
– Ciao, Buon Natale anche te, Giovanni. Ma io sto ancora a pranzo, possiamo fare più tardi? –
– Purtroppo più tardi io ho un impegno e le cose che dobbiamo dirci sono molto urgenti. –
Mariano cominciava ad essere preoccupato. – Ma di cosa si tratta? mi puoi accennare l’argomento? –
– Meglio di no. Ne parliamo di presenza. Ascolta, ci vediamo tra dieci minuti davanti al tuo studio. Mi raccomando – e Santo/Giovanni staccò la telefonata. L’amo era stato gettato.
Finimmo il panettone e i cannoli. Assaggiammo anche la cubaita e ci prendemmo il caffè. Poi prendemmo una macchina per farci un giretto. Per puro caso passammo davanti lo studio di Mariano e lo vedemmo là davanti con fare nervoso.
– E che ci fai a studio il giorno di Natale? Devi fare una foto tessera? – dicemmo con l’aria di volerlo schernire un po’?
– Macché, sapeste! Mi ha telefonato Giovanni Amato. –
– Giovanni?! E che voleva? –
– Dice che deve parlarmi urgentemente. –
– Ma il giorno di Natale? –
– E gliel’ho detto anch’io ma dice che è importante! –
Insomma, stemmo un po’ lì, a riempire di aggettivi non proprio gentili l’ignaro e incolpevole Giovanni, che agli occhi di Mariano quantomeno era in grave ritardo. 
Lo mettemmo in guardia (chissà di cosa poi…):
– Attento! Giovanni è capace di creare tragedie senza fine! Ma tu hai idea di cosa possa volere? ­–
– Mah! – ci rispose Mariano – ho il sospetto che abbia a che fare con la prossima apertura dello studio di mia zia Salvina. Sai Salvina sta aprendo lo studio proprio qui di fronte. –
E così l’ingenuo Mariano si consegnò mani e piedi al Gatto e alla Volpe, dandoci lo spunto per imbastire un’autentica tragedia.
Intanto che Mariano si spazientiva per l’attesa di Giovanni, noi lo pungolavamo aizzandolo contro costui che, da autentico maleducato, gli stava rovinando il Natale e, al tempo stesso, lo consigliavamo di aspettare sia per il rispetto che merita un collega anziano sia perché la cosa poteva essere davvero importante.
Lo lasciammo dopo una mezz’oretta ancora lì, in attesa che Giovanni si facesse vivo.
Rientrati a casa di Santo, facemmo qualche telefonata per coinvolgere altri amici incaricandoli di passare per caso dallo studio di Mariano e rifare la stessa manfrina che avevamo fatto noi.
Poi la seconda telefonata: Santo/Giovanni aveva dovuto anticipare l’impegno e si sarebbe liberato dopo un’altra mezz’ora. Per Mariano era inutile rientrare a casa e così rimase allo studio dove tra l’altro a distanza di qualche minuto l’uno dall’altro, passavano gli amici a chiedergli che facesse lì il giorno di Natale.
La pazienza di Mariano era ormai al limite. Si stava facendo sera. E così fu uno stillicidio di rinvii, di mezze telefonate di Giovanni che gli avevano confermato che l’argomento era l’apertura dello studio della zia, che il piano commerciale non era rispettato, che quattro fotografi in paese erano troppi, che bisognava fare qualcosa e si doveva stare uniti. Tutto ciò, infarcito dagli sfottò degli amici che passavano davanti allo studio ogni 5 minuti, aveva portato il paziente e pacifico Mariano sull’orlo di una crisi di nervi.
Ormai era buio e l’unico motivo per il quale Mariano aspettava Giovanni fino in fondo era per gonfiargli la faccia, perché non si trattano così le persone, perché gli aveva rovinato il Natale e via di questo passo.
Verso le 20.00 qualcuno ci avvertì che Giovanni stava passeggiando per il corso e che da lì a poco avrebbe potuto capitare davanti allo studio di Mariano con conseguenze imprevedibili.
Chiamai allora Mariano che era ancora allo studio in attesa di Giovanni:
– Marià, vieni subito al Bloomy (era il bar del nostro comune e fraterno amico Lillo). Qui c’è Giovanni Amato che fa come un pazzo! Dice che sei un maleducato, che non hai le palle, che gli hai rovinato il Natale… E, sapendo che siamo amici, ci ha detto di dirti di venire subito qui al bar perché vuole incontrarti davanti a testimoni. Ma tu che gli hai combinato? –
– Io? Ma semmai è lui che mi ha rotto davvero i cabasisi! Ora vengo e lo gonfio! –
E così, come un fulmine, Mariano si precipitò al Bloomy bar. Entrò come una furia e lo fermai al volo:
– Dov’è? Dov’è? Che gli faccio vedere io chi è maleducato! – Non avevo mai visto Mariano così incazzato.
– Aspetta, Marià! Lui dice che ha i documenti. Che ti può rovinare. Stai attento, calmati. Lui ti aspetta nel magazzino del bar, ma può essere pericoloso, non precipitare le cose, non si sa mai. –
  Ma chi? Me lo bevo con una mano soltanto quel pezzo di str… e partì in quarta verso il magazzino.
Ad attenderlo ovviamente non c’era Giovanni Amato, che mai nulla seppe del rischio che corse, ma una ventina di amici con la birra in mano che, appena entrato Mariano, cominciarono a ridergli addosso e a prenderlo in giro per essere caduto come un allocco in uno scherzo.
Ci volle un po' prima che si riprendesse. Voleva prendersela con qualcuno, si guardava a destra e sinistra per individuare chi avesse potuto fargli uno scherzo così atroce e facemmo fatica a  convincerlo che Giovanni Amato non c’entrava proprio nulla e che la voce con cui aveva parlato era di Santo. Alla fine, a poco a poco, si calmò e, addirittura, si complimentò con noi e si fece una gran risata.

Vendetta a suon di Jazz





Ad organizzare tutta la programmazione di spettacoli, sport e intrattenimento per le feste de L’Unità a Campobello eravamo per lo più io e Santo. Lo saremmo diventati ancora di più, qualche tempo dopo, per la rassegna da noi ideata e programmata dal Comune: “La Bella Estate nelle Terre dell’Uva”.

Quando Santo aveva svolto il suo pesantissimo servizio militare presso il Distretto Militare di Agrigento aveva conosciuto e subito legato con Sandro,  un suo commilitone di Realmonte o di Porto Empedocle, non ricordo bene. Questi aveva fondato insieme ad altri una jazz band allora molto apprezzata negli ambienti musicali più raffinati dell’agrigentino: L’Oratorio di Falaride.
Sempre alla ricerca di spettacoli alternativi e che sfuggissero all’imperante e appiattente disco music e ai vari emulatori di Umberto Tozzi, non ci pareva vero di avere una jazz band a prezzi accessibili per una festa come la nostra e così tentammo di programmare una serata con loro.
Il primo anno ci diedero buca, dopo che erano già sui manifesti, adducendo la banale scusa che avremmo dovuto ricordarglielo qualche giorno prima e che, ormai, qualcuno di loro era in vacanza. La seconda volta, ancora una buca. Li avevamo messi di nuovo in programma e li aspettammo per tutta la serata senza aver mai saputo cosa fosse loro successo. Divenimmo, io e Santo, lo zimbello dei compagni e, per ogni cosa che proponevamo, era pronta un’allusione all’Oratorio di Falaride. Credo che ce ne combinarono anche una terza, ma non sono sicuro. Ma, in ogni caso, avevamo davvero il dente avvelenato con questa band.
Un giorno Santo capitò in Federazione, dove io lavoravo. Gli capitava ogni tanto di andare a licchiare con Anna, la sua ragazza o forse, a quei tempi, ancora aspirante tale e che in quei tempi frequentava appunto una scuola in città.
Non ricordo come nacque il discorso. Forse vedendo qualche dépliant di feste in provincia dove era programmato un concerto della nostra cara jazz band. Fatto sta che ci venne il desiderio di vendetta, piatto che va mangiato freddo, come si sa.
E così, sempre in quattro e quattr’otto, come era solito il fare di Santo, acchiappò il telefono e chiamò il suo amico jazzista. Quello si scusò e si mostrò davvero mortificato per le volte che ci avevano dato buca. Santo gli propose allora una serata a Campobello, al chiuso, nell’ambito di una rassegna musicale importante. Concordarono data, ora, compenso, amplificazione, aspetti tecnici e quant’altro. Santo comunicò il luogo della rassegna, il Salone Delle Rose di Giammusso e non ci restò altro che aspettare il giorno del concerto.
Arrivato così il giorno del presunto concerto dell’Oratorio di Falaride, passammo al Salone delle Rose e pregammo uno dei signori Giammusso di consegnare per noi una busta chiusa nel caso in cui si fosse presentato qualcuno che voleva fare lì uno spettacolo. Non avrebbe dovuto fare altro.
E così la vendetta si compì. Quella volta la band era venuta, organizzata di tutto punto, con auto e furgone, strumenti e amplificazione, trovando però solo una busta contenente un foglio sul quale c’era scritto: “CHI LA FA’ L’ASPETTI!”
Sapemmo che ci cercarono invano per tutto il paese, neri di rabbia.
Non ci siamo mai pentiti. Se l’erano meritato.

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