Storie di fotografi e di jazz
– Che cos’è il genio? – Chiedeva la voce fuori campo in “Amici miei”.
– È fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione. –
Proprio quello che c’è in almeno
un paio delle storie minime che oggi vi racconto.
I protagonisti sono il solito mio
zio Umberto e due miei fraterni amici: Santo, amico e compagno che poi sarebbe
anche diventato mio cognato e Mariano, detto anche Mario, amico di quelli che
ne hai pochi nella vita e compagno di tante avventure ma qui però, nella storia
che lo riguarda, in veste di vittima sacrificale. Sullo sfondo della terza
storia, il jazz, passione comune con Mario.
La prima breve storia di oggi è
una di quelle che i fiorentini chiamerebbero “burle”. Nascono senza
premeditazione, appunto per “fantasia, intuizione, decisione e velocità di
esecuzione”, insomma per il genio creativo di Umberto.
Fiat
Lux
Mi capitava, durante gli anni di
Liceo a Canicattì (ma anche dopo), di passare a trovare mio zio Umberto presso
la sua concessionaria Olivetti.
Furono gli anni di trasformazione profonda e di evoluzione rapidissima del mercato e della tecnologia delle
macchine da ufficio. All’inizio, fine anni sessanta e primissimi anni 70, era
ancora l’epoca delle calcolatrici a manovella, le mitiche Summa 20 e di quei gioielli di meccanica che erano le Divisumma, tra le prime macchine da
ufficio meccaniche al mondo in grado di fare divisioni oltre alle altre
operazioni. Erano davvero al top dell’industria mondiale nel settore e, insieme
alle macchine da scrivere, da quelle personali come la Lettera 22 a quelle più propriamente da “ufficio”, rappresentavano uno
dei fiori all’occhiello dell’industria italiana. Poi si affacciarono le prime fotocopiatrici
a costi sopportabili anche per piccole e medie aziende e infine con l’avvento
dell’elettronica, prima nelle macchine da scrivere e nelle calcolatrici e quindi
con i primi personal computer tutto cambiò e iniziò una rivoluzione
senza precedenti.
Era un mondo affascinante per me e divenne una vera e propria passione.
Era un mondo affascinante per me e divenne una vera e propria passione.
Canicattì era un centro commerciale
davvero importante: ben quattro Banche lì costituitesi e nel tempo sviluppatesi,
avevano la sede centrale in città. La Concessionaria Olivetti aveva il suo bel
daffare a fornire e a fare la manutenzione del parco macchine di alcune delle
banche canicattinesi, delle sedi centrali e di tutte le agenzie sparse per l’isola
e, quando era possibile, seguivo volentieri mio zio nei viaggi che lo portavano
ovunque ci fosse un’agenzia della Banca Popolare Siciliana o del Credito
Canicattinese, da Ustica a Siracusa da Letoianni a Palermo.
Il fatterello di cui narro accadde
quando frequentavo la V Ginnasio. Allora il Liceo Classico era privo di locali
propri e veniva ospitato per lo più a Borgalino presso una ex Scuola Elementare
che però non riusciva a contenere anche il Ginnasio (i primi due anni del
Liceo), sballottato di anno in anno in diversi locali presi in affitto. Quell’anno
ci eravamo trasferiti da un locale davvero fatiscente che chiamavamo il “pollaio”
che si trovava di fronte al plesso centrale e che era inagibile quando
pioveva, in dei locali, in verità degli appartamenti, di recente costruzione che
si trovavano di fronte alla Villa Comunale, allora punta estrema a sud-ovest
del centro abitato. La concessionaria Olivetti era lì vicino e molto spesso approfittavo
di un passaggio in auto con lo zio per andare o tornare da scuola. Trascorrere
del tempo con lui era sempre uno spasso e mai una routine.
Ero in concessionaria quel
giorno, nella tarda mattinata. Non ricordo se lo zio e il suo socio avessero di
già aperto la “loro” concessionaria o fossero ancora alle dipendenze di quella
di un altro titolare, ma poco importa. Ad un certo punto passò a salutare un
caro amico di famiglia che qui chiameremo “Mimmo”.
Mimmo era una persona colta, discreta
e gentile; forse un po’ timido e, anche se fu vittima di questo scherzo, non era
affatto uno stupido. Era semmai un po’ ingenuo e, soprattutto, si fidava dello
zio e fu facile preda della sua capacità di far sembrare vere anche le cose più
assurde.
Mimmo ad un certo momento dell’amichevole
conversazione con lo zio Umberto si mise a parlare della sua passione per la
fotografia, descrivendoci minuziosamente la camera
oscura che aveva allestito in una stanza della sua casa e delle sue attrezzature.
Ci disse che però quella stanza aveva due grandi finestre e della difficoltà incontrate per tenere ben chiuse le imposte e non far entrare la luce. Nonostante
tutti gli accorgimenti da lui adottati, un po’ di luce, specie di giorno,
filtrava sempre e di questo si rammaricava molto perché rischiava di rovinargli
i negativi e le stampe.
A questo punto, ecco il genio,
Umberto gli fece:
– Ma non sai che ormai c’è una
facile soluzione a questo problema? –
– Davvero? – gli rispose,
interessatissimo, Mimmo.
Umberto allora gli raccontò che
qualche giorno prima era stato al negozio di Di Vita e Failla e che ad un
signore che aveva lo stesso problema era lì stato proposto un nuovissimo
prodotto, un po’ costoso ma di sicura efficacia: una lampada di luce nera.
– Una lampada di luce nera? –
fece Mimmo.
– Si. Tu l’accendi e nella camera
si fa il buio totale. – fece sicuro Umberto – Guarda, se fai presto prima che
chiuda, puoi prenderla al loro negozio –
Mimmo, preso dall’entusiasmo di
Umberto e dalla curiosità per quel miracoloso marchingegno in grado di
risolvergli il problema, non stette a rifletterci e senza farselo ripetere
salì in macchina per andare al fornitissimo negozio di Di Vita e Failla.
Umberto a questo punto alzò il
telefono e chiamò il negozio raccontando dell’assurda richiesta che da lì a
poco avrebbe fatto loro un cliente, pregandoli di stare al gioco. Conoscendo
Umberto e assecondandolo, appena arrivò Mimmo gli dissero che l’articolo era
andato a ruba e aspettavano una seconda fornitura.
Io e lo zio poi passammo dal
negozio per farci raccontare nei particolari come fosse andata e quelli ci
raccontarono che Mimmo aveva chiesto tutte le caratteristiche della lampada: come
funzionasse, chi la produceva, il modello, il costo. Loro si erano mantenuti
sul vago, giustificandosi con il fatto che il prodotto era ancora sperimentale e
che, visto il riscontro del mercato, volevano ottenerne l’esclusiva per tutta
la Sicilia e quindi non potevano dare troppe informazioni. Ridemmo a crepapelle
alle spalle del povero Mimmo!
Non ho mai saputo se il prode
Mimmo tornò poi al negozio per sapere se la lampada fosse arrivata o se anche
lui, illuminatosi finalmente della luce della ragione, si fece quattro risate insieme
ad Umberto compatendosi per lo scherzo subìto.
Concorrenza
Per me le burle più belle sono
quelle in cui la stessa vittima, dopo un attimo di rabbia e di voglia di
riempirti di botte, alla fine scoppia a ridere e si complimenta,
autocommiserandosi per la sua ingenuità.
È di questo tipo la storia che
coinvolge Mario come vittima e Santo come protagonista.
Con Santo abbiamo condiviso tantissime
esperienze, organizzato eventi, svolto battaglie, partecipato a iniziative,
acquisendo un livello di confidenza e complicità che basta uno sguardo, un
ammiccamento o un leggero cambio nel tono di voce per intenderci al volo e
reggerci vicendevolmente la parte.
Era il giorno di Natale, prima metà
degli anni ottanta. Avevamo appena finito il tradizionale pranzo di famiglia dalla nonna Maria.
Ci stavamo quasi annoiando quando proposi di rompere i cabasisi a qualcuno. Non
c’erano ancora i cellulari quindi bisognava chiamare qualcuno che stesse a
casa o comunque che potessimo rintracciare ad un telefono fisso.
Santo oppose una tale resistenza
alla proposta che non feci in tempo a girarmi e aveva già il telefono in mano.
Mi chiese: – Allora, chi chiamiamo? - E io risposi, pensandoci un attimo:- Mariano? –
Santo imitava abbastanza bene la
voce di Giovanni Amato, il decano dei fotografi del paese e con il quale
Mariano non aveva particolari rapporti se non quelli formali di colleghi che si
rispettano.
E così, detto e fatto, Santo alzò
il telefono e, improvvisando assolutamente ogni cosa, chiamò Mariano che era
ancora in pieno pranzo natalizio, fingendo di essere Giovanni Amato.
– Mario, dobbiamo parlare
urgentemente. Ci possiamo vedere subito? –
– Ciao, Buon Natale anche te,
Giovanni. Ma io sto ancora a pranzo, possiamo fare più tardi? –
– Purtroppo più tardi io ho un
impegno e le cose che dobbiamo dirci sono molto urgenti. –
Mariano cominciava ad essere
preoccupato. – Ma di cosa si tratta? mi puoi accennare l’argomento? –
– Meglio di no. Ne parliamo di
presenza. Ascolta, ci vediamo tra dieci minuti davanti al tuo studio. Mi
raccomando – e Santo/Giovanni staccò la telefonata. L’amo era stato gettato.
Finimmo il panettone e i cannoli.
Assaggiammo anche la cubaita e ci prendemmo il caffè. Poi prendemmo una
macchina per farci un giretto. Per puro caso passammo davanti lo studio di
Mariano e lo vedemmo là davanti con fare nervoso.
– E che ci fai a studio il giorno
di Natale? Devi fare una foto tessera? – dicemmo con l’aria di volerlo
schernire un po’?
– Macché, sapeste! Mi ha
telefonato Giovanni Amato. –
– Giovanni?! E che voleva? –
– Dice che deve parlarmi
urgentemente. –
– Ma il giorno di Natale? –
– E gliel’ho detto anch’io ma
dice che è importante! –
Insomma, stemmo un po’ lì, a
riempire di aggettivi non proprio gentili l’ignaro e incolpevole Giovanni, che
agli occhi di Mariano quantomeno era in grave ritardo.
Lo mettemmo in guardia
(chissà di cosa poi…):
– Attento! Giovanni è capace di
creare tragedie senza fine! Ma tu hai idea di cosa possa volere? –
– Mah! – ci rispose Mariano – ho
il sospetto che abbia a che fare con la prossima apertura dello studio di mia
zia Salvina. Sai Salvina sta aprendo lo studio proprio qui di fronte. –
E così l’ingenuo Mariano si
consegnò mani e piedi al Gatto e alla Volpe, dandoci lo spunto per imbastire un’autentica
tragedia.
Intanto che Mariano si
spazientiva per l’attesa di Giovanni, noi lo pungolavamo aizzandolo contro
costui che, da autentico maleducato, gli stava rovinando il Natale e, al tempo
stesso, lo consigliavamo di aspettare sia per il rispetto che merita un collega
anziano sia perché la cosa poteva essere davvero importante.
Lo lasciammo dopo una mezz’oretta
ancora lì, in attesa che Giovanni si facesse vivo.
Rientrati a casa di Santo,
facemmo qualche telefonata per coinvolgere altri amici incaricandoli di passare
per caso dallo studio di Mariano e
rifare la stessa manfrina che avevamo fatto noi.
Poi la seconda telefonata:
Santo/Giovanni aveva dovuto anticipare l’impegno e si sarebbe liberato dopo un’altra
mezz’ora. Per Mariano era inutile rientrare a casa e così rimase allo studio
dove tra l’altro a distanza di qualche minuto l’uno dall’altro, passavano gli
amici a chiedergli che facesse lì il giorno di Natale.
La pazienza di Mariano era ormai
al limite. Si stava facendo sera. E così fu uno stillicidio di rinvii, di mezze
telefonate di Giovanni che gli avevano confermato che l’argomento era l’apertura
dello studio della zia, che il piano commerciale non era rispettato, che
quattro fotografi in paese erano troppi, che bisognava fare qualcosa e si
doveva stare uniti. Tutto ciò, infarcito dagli sfottò degli amici che passavano
davanti allo studio ogni 5 minuti, aveva portato il paziente e pacifico Mariano
sull’orlo di una crisi di nervi.
Ormai era buio e l’unico
motivo per il quale Mariano aspettava Giovanni fino in fondo era per gonfiargli la faccia, perché non si
trattano così le persone, perché gli aveva rovinato il Natale e via di questo
passo.
Verso le 20.00 qualcuno ci avvertì che Giovanni stava passeggiando per il corso e che da lì a poco avrebbe potuto capitare davanti allo studio di Mariano con conseguenze imprevedibili.
Chiamai
allora Mariano che era ancora allo studio in
attesa di Giovanni:
– Marià, vieni subito al Bloomy
(era il bar del nostro comune e fraterno amico Lillo). Qui c’è Giovanni Amato
che fa come un pazzo! Dice che sei un maleducato, che non hai le palle, che gli
hai rovinato il Natale… E, sapendo che siamo amici, ci ha detto di dirti di
venire subito qui al bar perché vuole incontrarti davanti a testimoni. Ma tu
che gli hai combinato? –
– Io? Ma semmai è lui che mi ha
rotto davvero i cabasisi! Ora vengo e lo gonfio! –
E così, come un fulmine, Mariano
si precipitò al Bloomy bar. Entrò come una furia e lo fermai al volo:
– Dov’è? Dov’è? Che gli faccio
vedere io chi è maleducato! – Non avevo mai visto Mariano così incazzato.
– Aspetta, Marià! Lui dice che ha
i documenti. Che ti può rovinare. Stai attento, calmati. Lui ti aspetta nel
magazzino del bar, ma può essere pericoloso, non precipitare le cose, non si sa
mai. –
–
Ma chi? Me lo bevo con una mano soltanto quel pezzo di str… e partì in
quarta verso il magazzino.
Ad attenderlo ovviamente non c’era
Giovanni Amato, che mai nulla seppe del rischio che corse, ma una ventina di
amici con la birra in mano che, appena entrato Mariano, cominciarono a ridergli
addosso e a prenderlo in giro per essere caduto come un allocco in uno scherzo.
Ci volle un po' prima che si riprendesse. Voleva prendersela con qualcuno, si guardava a destra e sinistra
per individuare chi avesse potuto fargli uno scherzo così atroce e facemmo fatica a convincerlo che Giovanni Amato non c’entrava proprio nulla e che la
voce con cui aveva parlato era di Santo. Alla fine, a poco a poco, si calmò e,
addirittura, si complimentò con noi e si fece una gran risata.
Vendetta a suon di Jazz
Ad organizzare tutta la
programmazione di spettacoli, sport e intrattenimento per le feste de L’Unità a
Campobello eravamo per lo più io e Santo. Lo saremmo diventati ancora di più,
qualche tempo dopo, per la rassegna da noi ideata e programmata dal Comune: “La Bella Estate nelle Terre dell’Uva”.
Quando Santo aveva svolto il suo
pesantissimo servizio militare presso il Distretto Militare di Agrigento aveva
conosciuto e subito legato con Sandro, un suo commilitone di Realmonte o di Porto
Empedocle, non ricordo bene. Questi aveva fondato insieme ad altri una jazz band allora
molto apprezzata negli ambienti musicali più raffinati dell’agrigentino: L’Oratorio di Falaride.
Sempre alla ricerca di spettacoli
alternativi e che sfuggissero all’imperante e appiattente disco music e ai vari
emulatori di Umberto Tozzi, non ci pareva vero di avere una jazz band a
prezzi accessibili per una festa come la nostra e così tentammo di programmare
una serata con loro.
Il primo anno ci diedero buca,
dopo che erano già sui manifesti, adducendo la banale scusa che avremmo dovuto ricordarglielo qualche giorno prima
e che, ormai, qualcuno di loro era in vacanza. La seconda volta, ancora una
buca. Li avevamo messi di nuovo in programma e li aspettammo per tutta la
serata senza aver mai saputo cosa fosse loro successo. Divenimmo, io e Santo,
lo zimbello dei compagni e, per ogni cosa che proponevamo, era pronta un’allusione
all’Oratorio di Falaride. Credo che
ce ne combinarono anche una terza, ma non sono sicuro. Ma, in ogni caso,
avevamo davvero il dente avvelenato con questa band.
Un giorno Santo capitò in
Federazione, dove io lavoravo. Gli capitava ogni tanto di andare a licchiare con Anna, la sua ragazza o
forse, a quei tempi, ancora aspirante tale e che in quei tempi frequentava
appunto una scuola in città.
Non ricordo come nacque il
discorso. Forse vedendo qualche dépliant di feste in provincia dove era
programmato un concerto della nostra cara jazz band. Fatto sta che ci venne il
desiderio di vendetta, piatto che va mangiato freddo, come si sa.
E così, sempre in quattro e
quattr’otto, come era solito il fare di Santo, acchiappò il telefono e chiamò
il suo amico jazzista. Quello si scusò e si mostrò davvero mortificato per le
volte che ci avevano dato buca. Santo gli propose allora una serata a
Campobello, al chiuso, nell’ambito di una rassegna musicale importante.
Concordarono data, ora, compenso, amplificazione, aspetti tecnici e quant’altro.
Santo comunicò il luogo della rassegna, il Salone Delle Rose di Giammusso e non
ci restò altro che aspettare il giorno del concerto.
Arrivato così il giorno del
presunto concerto dell’Oratorio di Falaride, passammo al Salone delle Rose e
pregammo uno dei signori Giammusso di consegnare per noi una busta chiusa nel
caso in cui si fosse presentato qualcuno che voleva fare lì uno spettacolo. Non
avrebbe dovuto fare altro.
E così la vendetta si compì.
Quella volta la band era venuta, organizzata di tutto punto, con auto e furgone,
strumenti e amplificazione, trovando però solo una busta contenente un foglio
sul quale c’era scritto: “CHI LA FA’ L’ASPETTI!”
Sapemmo che ci cercarono invano
per tutto il paese, neri di rabbia.
Non ci siamo mai pentiti. Se l’erano
meritato.





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