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mercoledì 6 maggio 2020

Lu Filippinu e la gigantografia



Lu Filippinu era il nomignolo con cui era conosciuto Calogero Guarneri
In verità il nomignolo non aveva nulla di misterioso o offensivo, si riferiva a suo padre Giuseppe, noto come Peppi di Filippina, semplicemnte perchè la mamma si chiamava Filippa.
Eravamo vicini di casa, Le nostre famiglie erano abbastanza simili come conformazione, 5 figli e alcuni "abbastanza" coetanei: il mio Salvatore con Lillo (U Filippinu) e Ina, Vittorio con Gabriele e Alfredo, io con Aurora. Cesare e Piera erano più piccoli e vissero solo per pochi anni in quella casa di via Umberto.
Lu 'zi Peppi di Filippina si diceva non avesse mai lavorato un giorno in vita sua. Aveva sposato una bellissima, affabile, gentile e davvero gran brava donna veneta, padovana per l'esattezza, la signora Ada, molto amica di mia mamma e della signora Lucia, un'altra vicina i cui figli erano, insieme ad Aurora, miei amici di infanzia: Lillo, Rosetta, Anna Maria e, anche se più piccoli, Pino e Loredana.

Lu Filippinu - Lillo Guarneri - Autoritratto - particolare

Mi chiedevo di cosa vivesse il sig. Giuseppe. Lo vedevo sempre in casa, in vestaglia o giacca da camera (molto eleganti per l'epoca) che si dedicava per ore alla sua toilette: barba rasa perfettamente, baffi curatissimi e molto alla moda, capelli unti di brillantina e, a sera prima di andare a letto, coperti da una retina. Ai miei occhi di bambino la sua massima occupazione era quella di star seduto appena fuori una specie di studio, staccato dalla sua casa e dall'altro lato del cortile che dava direttamente su una delle strade più importanti del paese, a commentare sagacemente ognuno e tutto ciò che passasse dalla strada. E i commenti erano talora davvero ironici e divertenti, tra l'altro pronunciati con una bellissima voce baritonale. 
L'altra sua occupazione principale che mi divertivo ad osservare, era la pittura. Era davvero bravo e la passione di Lillo e, se non ricordo male, anche di Aurora e Alfredo, sicuramente venivano da quel suo talento. Parlo della Sicilia degli anni sessanta: non è che dipingere fosse attività comune, per lo più la gente cercava di guadagnare l'essenziale per mangiare e poco altro.
Per cui ero curioso di capire come il sig. Giuseppe si permettesse il lusso di quella vita ai miei occhi inoperosa e un giorno lo chiesi a mio papà.

La famiglia Guarneri e le sorelle Carlone


Lui rimase molto vago nella risposta, mi disse che avevano delle terre e che riceveva una specie di pensione dall'America.
Non fui punto soddisfatto dalla risposta e, negli anni, informandomi meglio, seppi, non ricordo da chi, che il marito di Filippa, era partito da giovane per l'America appena diventato papà del sig. Giuseppe e, stando ai "si dice",  dopo un primo periodo in cui mandava a casa parecchi soldi, aveva fatto una brutta fine ma, come si usava in quegli ambienti di "bravi ragazzi", alla vedova veniva corrisposto un vitalizio che, tradotto in lire, consentiva una vita dignitosa alla famiglia, Almeno finché fu in vita la signora Filippa. Poi il sig. Giuseppe permise che al lavoro andasse la moglie che, da buona veneta, si rimboccò le maniche e andò a lavorare in una maglieria che stava proprio sotto casa mia e con grande dignità non fece mancare mai nulla ai suoi figli.

Lu Filippinu 

"un artista, che se n'è andato via piuttosto giovane, anche per la sua radicale incompatibilità con questa sporca società" - cit. S. Lo Leggio

Non starò qui a raccontare la vita di Lillo (anche perchè non sarei la persona adatta), ma qualche cenno per chi non lo ha mai conosciuto e non ne ha mai sentito parlare, mi pare doveroso.
Lillo (Calogero) Guarneri era una persona amorevole. Parlare con lui era sempre un piacere. Pur essendo poco più grande di mio fratello Salvatore erano comunque fraterni amici e avevano frequentato la stessa facoltà di Lettere e Filosofia a Palermo. Praticamente lui e i suoi fratelli e sorelle erano di casa da noi e noi da loro, e nelle sere d'estate ci si sedeva tutti sul marciapiede dello studio del sig. Giuseppe, la sua famiglia, la mia e quella della sig.ra Lucia e noi ragazzi si giocava a qualcosa.
Lillo, mi raccontava Salvatore, era molto pignolo. Non dava mai una materia se non si sentiva più che preparato e il suo curriculum era eccellente. Il corso dei suoi studi era lento, molto lento, ma con voti ottimi. Poi, credo quando morì suo padre e divenne più difficile fare la vita universitaria da quasi trentenne, quando gli mancava una sola materia alla laurea, ritornò in paese e, a modo suo, cominciò a cercarsi un lavoro. E si impegnò anche nella vita politica. L'occasione con cui ci avvicinammo in maniera diretta piuttosto che da fratello di Salvatore con vicino di casa simpatico e brillante, fu proprio un'occasione politica.
Era il novembre del 1972. Io ero già figicciotto nonché contestatore del mondo e avevo poco più di 15 anni, lui credo ne avesse 29  e si era candidato alle elezioni amministrative che, dopo anni di commissariamento del Comune, si sarebbero svolte a Campobello di Licata. 
Manco a dirlo, la sua campagna elettorale fu molto particolare. Intanto disegnava benissimo cartelloni, striscioni, manifesti e quant'altro occorresse e di giorno faceva la campagna con tutti gli altri in giro per i quartieri tra comizi volanti, riunioni di caseggiato e canti improvvisati con gli altoparlanti da macchina. 
In qualche modo si era connotato come candidato degli ultimi, degli scontenti, dei contestatori e questo lo tenne addirittura un po' a margine del nostro stesso partito "ufficiale".
Inutile dire che io, che ero nulla, insieme anche a molti giovani, dentro e fuori dal partito, lo appoggiassimo.
La sua campagna elettorale originale (almeno per me) in verità si svolgeva a sera, nelle osterie. Riuniva lì, oltre agli habitué di li putìi di vinu, avvinazzati e alcolisti cronici, anche tutta una umanità per me fino allora sconosciuta, fatta di sottoproletariato, lavoratori a giornata, scaricatori, carrettieri, braccianti, per lo più senza una famiglia cui badare ma anche padri (scellerati) di famiglia, che si bevevano quel poco che guadagnavano durante il giorno. Tutti questi guardavano Lillo come loro portavoce, colui che, da intellettuale, poteva finalmente dare corpo e parola alla loro rabbia e al loro indistinto malcontento. Fu una campagna elettorale memorabile tra bevute e mangiate con personaggi incredibili, canti e poesie, lamenti e passioni di un'umanità che pur se per me era fino ad allora sconosciuta, mi affascinava e che sentivo appassionarmi.
Una delle doti di Lillo era quella di saper leggere nel profondo e anche a primo sguardo nell'animo umano. Capiva come ti sentivi e si adattava. Riusciva a parlare con chiunque, anche con chi, per me, non valeva nulla, nemmeno la pena di perderci tempo. Era il contrario dello snob e tutti prendeva sul serio. Gli interlocutori capivano che parlavano con qualcuno che li ascoltava e non che li tollerava o malsopportava. Anche per questo ebbe tanti consensi.
Lillo fu eletto con 300 voti di preferenza. Il PCI se non ricordo male, conquistò 14 consiglieri, 8 la DC, 4 il PSI  2 ciascuno MSI e PSDI. Si formò un'amministrazione di sinistra con sindaco Lillo Gueli. Ma questa è un'altra storia.
Riprendendo a parlare un po' di quello che potevo vedere io della vita di Lillo, dirò che sempre più diventò animatore della vita notturna del paese e, insieme ad altri buontemponi ne combinava di tutti i colori sempre tirando a fare tardi, sempre con qualcosa da bere in mano, forse più di qualcosa.
Fece alcune esperienze lavorative che duravano abbastanza poco e, anche se le sue doti di comunicatore erano notevoli, non riusciva a dare continuità alla sua attività.
Forse le sue cose migliori erano in campo artistico. Faceva cose bellissime con il pirografo, su tavolette di compensato, ma anche dipinti a olio e soprattutto era un genio nella grafica. 
Se Lillo fosse stato in uno studio a Milano avrebbe sicuramente fatto una grande carriera in pubblicità ma qui incombevano tante responsabilità, di marito, di padre, e lui non sapeva ben convivere con le responsabilità e per questo si intristiva, beveva e quando beveva parlava e parlava...

Autoritratto e altro di Lillo Guarneri donato a Silvio Benedetto

 La Festa de L'Unità

Credo fosse il 1975. C'erano state le elezioni amministrative del 15 giugno e, in tutta Italia, il  PCI era andato molto avanti. Aveva conquistato il governo di molte città e province e si proponeva come forza di governo del paese. Il voto ai diciottenni divenuto legge nell'aprile di quell'anno con la conseguente eleggibilità di molti ragazzi nelle cariche amministrative e politiche, aveva proiettato nell'agone politico istituzionale parecchi giovani, eletti per la prima volta meno che ventenni, alle cariche di consigliere comunale e provinciale. Il PCI in provincia di Agrigento ne elesse diversi, sia consiglieri comunali come a Canicattì, Licata, Ribera e in altri comuni, sia in consiglio provinciale dove fece eleggere due giovanissimi, uno ventenne di Sciacca e anche me, appena diciottenne.
In quell'estate quindi c'era grande euforia, grandi battaglie ci attendevano e forse la speranza di cambiare l'Italia si sarebbe fatta più forte. 
Dovevamo far capire che c'eravamo, che contavamo, che avevamo forza, prestigio, autorevolezza e idee per cambiare. Cercammo quindi di cambiare il "format" delle feste de L'Unità così come si erano svolte in paese fino ad allora, almeno a mio ricordo. 
Le feste de L'Unità, come del resto la celebrazione del Primo Maggio, avevano un copione consolidato: Piazza XX Settembre (lato casa di mia nonna, opposto alla Matrice), il rimorchio di un camion addobbato con una fila di lampadine, il comizio di qualcuno, meglio se veniva da fuori, e poi o Rosa Balistreri a cantare e suonare con la sua chitarra oppure Ignazio Buttitta, il grande poeta di Bagheria, che recitava le sue poesie, oppure tutti e due. Qualche volta Ciccio Busacca, che sulle sue consuete note metteva in musica il Lamentu per la morte di Salvatore Carnevale di Ignazio Buttitta.
Dal 1973 qualcosa era cambiato. La festa si faceva quasi sempre in Settembre/Ottobre, tanto che, visto che spesso pioveva, qualcuno la chiamava Festa dell'Umidità. Noi figicciotti quell'anno ci occupammo degli allestimenti e utilizzando molto materiale che i compagni di Canicattì avevano preparato per la loro festa e che ci prestarono, riportammo in piazza il tema che per noi democratici quell'anno era vitale: il Golpe in Cile e l'assassinio di Salvador Allende.
Pertanto una mattina di un sabato di Ottobre del 1973, piazza XX Settembre si presentò ai pendolari che prendevano i bus per andare a scuola, completamente addobbata di bandiere cilene, di manifesti con Allende e di una bella mostra sul Cile che avevano preparato sempre i compagni di Canicattì. 
Avevamo racimolato (razziato) qualcosa (io e Peppe Sanfilippo) anche dal Festival Meridionale de L'Unità che si era svolto a Messina, concluso da Occhetto e così la nostra piazza fu davvero piena di bandiere rosse, striscioni e quant'altro. Non ricordo il programma però la prima vera svolta alla festa furono proprio gli addobbi.
Quindi nel 75, l'anno del 15 giugno e della svolta a sinistra, volevamo fare un salto di qualità. Ma non avevamo i soldi per chiamare il "cantante" come si faceva per la festa della Madonna, né per un'orchestra come si faceva per San Giovanni.
Ci voleva qualcosa di appariscente ma che potevamo fare con le nostre mani.
Fu così che mi venne l'idea. 

La GIGANTOGRAFIA

Amavo i lavori di Lillo e gli avevo visto riprodurre, anche ingrandendole, delle opere grafiche di vario tipo: poster politici, locandine pubblicitarie, opere di artisti. 
In alcune schede per preparare materiale di propaganda che avevo trovato in federazione, c'era una bella immagine stilizzata in bianco e nero (senza nemmeno grigi, solo bianco e nero) che ritraeva alcuni volti. Erano stilizzati come lo era stata l'immagine di Che Guevara che divenne famosissima e ancora oggi adorna t-shirt e poster.
Così pensai che avremmo potuto riprodurre alcune immagini magari su delle lenzuola bianche e collocarle in qualche modo nella festa per farne il vero punto centrale. Ne parlai con Lillo Gueli e anche a lui l'idea piacque e anzi, rilanciò sulle dimensioni. Mi disse: "Non deve essere grande. Deve essere ENORME!"
Le difficoltà erano soprattutto due. 
Che dovesse realizzarle lu Filippinu non v'era alcun dubbio: era il migliore e aveva il genio e le capacità tecniche per farlo. Ma in quel periodo Lillo era abbastanza inaffidabile per via dell'alcol che purtroppo cominciava a possederlo e, soprattutto, anche pieno di rancori e astio verso tutto e verso tutti. Io però confidavo di riuscire a parlargli. E così gli prospettai l'idea, gli dissi che, oltre che fare una cosa di cui tutti avrebbero parlato, era anche in qualche modo la possibilità di un bel riscatto per lui del quale si diceva che non concludesse mai niente.
Faticai un po' ma alla fine ci accordammo: mi chiese un locale sufficientemente grande per poterci lavorare, che non gli facessi mancare da bere (ci accordammo per una cassa di birra, così ci si manteneva sul leggero (!)) e che non avesse troppa gente intorno. E così passammo molti pomeriggi con Lillo che aveva disegnato in piccolo l'originale composto da quattro immagini separate e che poi proiettava ciascuna immagine su 4 lenzuola bianche cucite insieme (da mia suocera) e su di esse ne tracciava i contorni. Finito di tracciare i contorni cominciava la fase di pitturare di nero le parti che lui aveva indicato. In quella parte di lavoro potevamo dare tutti una mano, se non ricordo male con lo spry. Fino a quando non finì il lavoro mi incaricai io di andarlo a prendere da casa e portarlo ogni pomeriggio, quando gli uffici erano chiusi, nel cortile del municipio. Le proiezioni, con tecniche da lui sperimentate si facevano dal ballatoio degli uffici comunali e così una alla volta le quattro effigi, si composero prima in bozza, poi con il nero e infine le legammo insieme con spesse cuciture. A fare da assistenti permanenti eravamo stati io e Carmelo Puleri, addetto più che altro al ristoro e alla concentrazione di Lillo, insieme a pochi altri compagni.
La seconda difficoltà fu ideare e costruire la struttura che potesse tenere in sicurezza questo enorme telo unico di circa 100mq, praticamente ogni immagine fatta da 4 lenzuola misurava circa ml 5 X 5 e, una volta legate le 4 immagini, la gigantografia misurava circa ml 10 X 10.
Per l'impalcatura furono incaricati i compagni Mario Milazzo e Liborio Italia e le loro squadre di operai. Non solo Mario ideò e costruì il palco in legno ma vi attaccò tutta un'impalcatura sempre in legno (Mario era falegname e non voleva sentir parlare di tubi Innocenti) che era larga quanto il palco, circa 12 mt, e alta quanto la chiesa Madre davanti la quale fu montata.
Quando si cominciò a montare l'impalcatura demmo a tutti la consegna dell'assoluto riserbo su cosa ci avremmo messo (del resto quasi nessuno di quelli che montarono il palco lo sapeva) e in paese cominciò la corsa a capire cosa avremmo potuto mai mettere di così grande davanti la Matrice.
Si fecero le ipotesi più disparate: chi credeva che avremmo messo delle luci, chi addirittura qualcosa di demoniaco, insomma il paese era in attesa.
Come ovvio arrivammo a finire e a montare il tutto solo poco prima dell'alba di un venerdì (o giovedì?) di settembre.

 Campobello di Licata celebra i riti della Settimana Santa ...

Rimanemmo tutti in piazza per capire le reazioni degli studenti pendolari che, quasi per primi, avrebbero visto l'opera in tutta la sua magnificenza.
Ricordo che lo spettacolo era impressionante, dell'imponente facciata della Chiesa Madre si scorgeva soltanto la campana alta e un po' dei due lati, il resto era coperto dalle enormi facce di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer (che erano stati i segretari del PCI dalla nascita fino ad allora).
Ce li godemmo per un bel po' e l'impressione in tutto il paese fu di grande impatto sia in positivo che in negativo.
Eravamo così stanchi ma anche fieri che ci abbracciammo, brindammo con qualcosa ma a nessuno venne in mente di fare una foto, almeno non che io sappia. 
Se qualcuno quindi avesse per caso una foto della gigantografia montata davanti alla Matrice e la volesse pubblicare gliene sarei davvero grato.
Non credo che esista più nulla di quell'opera. Anzi credo che arrivò a malapena alla fine della festa perché le lenzuola non erano certo adatte a sopportare il vento e la vernice. Ma fu comunque una grande soddisfazione per tutti .
E un giusto trionfo per il Filippinu!
Lillo due anni dopo, costretto dal peso della responsabilità, andò a lavorare a Seveso, per decontaminare le aree della nube tossica di diossina. Quando rientrò, si fece forza e si laureò, poi vinse un concorso per segretario scolastico e venne a lavorare alle scuole del paese. Lavorava a modo suo, ma era sempre brillante nel capire le cose e nel farle e in qualche modo tutti gli volevano bene e lo coprivano nelle mancanze che l'abuso dell'alcol gli provocava sempre più spesso.
Gli ultimi anni della sua vita furono i più bui. L'alcol lo aveva consumato e gli aveva fatto il vuoto attorno di affetti, di amicizie vere. Tornò a vivere dalla sua amata mamma Ada. Solo per pietà e per ricordo di ciò che era stato lo si stava ad ascoltare o lo si raccoglieva da terra quando proprio era a pezzi.
Per ironia della sorte non morì a causa dell'alcol. Lui che aveva sempre disdegnato il lavoro inteso come lavoro tradizionale, con le sue regole e i suoi orari, con i capi e i sottocapi, morì di un tumore quasi certamente causato dall'unico lavoro di quel tipo che era stato costretto a fare per bisogno: ripulire la Brianza dalla merda che ci avevano buttato!
Lillo, Lu Filippinu, resta per me, un grande, una persona che il paese dovrebbe onorare proprio per la sua unicità e per il suo genio,  un carissimo ricordo del quale sento ancora la voce che parla e mi dice con il sorriso sulle labbra e con sottile ironia che non c'è nulla da prendere sul serio nella vita.


26 - LE POESIE DI CIANCI E RIDI - 27 - LETTERA DELLA S.I.A.E

E, in ultimo, scrive Umberto: 26 - LE POESIE DI CIANCI E RIDI E infine vi voglio regalare un momento di grande arte, un‘emozione che solo i ...