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sabato 30 maggio 2020

Le mie feste al Ponte


I Comunisti di Ponte Valleceppi.

Era l'anno 2000 e da qualche tempo vivevamo in Umbria, in una frazione di Perugia chiamata Ponte Valleceppi, lungo il Tevere. Un bel posto per viverci.
Da quando ci eravamo trasferiti dalla Sicilia non avevo più fatto vita politica attiva; andavo, insieme a Rita, alla chiusura delle varie campagne elettorali e partecipavo solo a iniziative che mi interessavano davvero.
Anche se cercavo di non darlo a vedere, sornione, me la godevo e mi si apriva anche il cuore, quando i compagni facevano il porta a porta per le campagne elettorali e bussavano alla casa dove abitavo per consegnarmi materiale di propaganda elettorale, spiegarmi come si votava, chiedermi se avevo qualche dubbio o questione da sottoporre.
Mi era successo che una banale caduta mi provocasse una brutta frattura a un piede che mi costrinse a rimanere immobile per diversi mesi. Ebbi necessità di fare un ciclo di flebo. Mia moglie si informò su chi in paese potesse praticarmi queste flebo e chiamò una signora, infermiera professionale di una certa età che però constatò che trovare una vena nel mio braccio era parecchio difficoltoso e rinunciò all’opera. Le chiedemmo allora se conoscesse qualcuno in paese in grado di piantarmi questi benedetti aghi. Mi disse che c’era solo uno molto bravo, però era appena andato in pensione e non sapeva se facesse di questi servizi a domicilio. Mi disse anche che era molto conosciuto in paese essendo stato Presidente della Circoscrizione. Un comunista, mi disse.
Quel compagno, ovviamente rintracciato da Rita, senza farsi punto pregare, venne a casa nostra e mi fece tutto il ciclo di flebo. Parlavamo del più e del meno quando veniva, ma non accennai al mio impegno politico precedente, né lui minimamente al fatto che fosse un dirigente dei DS (questa allora era la formazione politica erede del PCI). Mi piacque subito, era un uomo al servizio della sua gente, disponibile e bonario. Quando fu il momento di pagarlo rifiutò categoricamente nonostante le nostre insistenze. E non mi aveva mai visto. Eravamo dei siciliani da qualche tempo al Ponte e lui era semplicemente uno che aiutava la gente: un comunista appunto. Quel signore si chiama Enzo Zucchini e ho conosciuto poche persone generose come lui.


L'incontro fortuito.

Quell’anno la Festa Nazionale de L’Unità, si svolgeva a Bologna, a un paio d’ore da dove vivo. Decidemmo con Rita di andarci per fare un tuffo tra gli ideali in cui avevamo sempre creduto, lontani da polemiche sterili e provinciali che avevano contraddistinto le ultime fasi della mia attività politica in Sicilia.
La festa era bella, i dibattiti interessanti e incontrammo anche alcuni compagni agrigentini. Rita ad un certo punto si allontanò per andare in bagno.
Lì incrociò una signora e, curiosa come sempre, osservandola le domandò:
– Mi scusi, ma lei è Umbra? –
E quella, un po’ stupita: – Si –
– Di Perugia? –
– Si –
–Di Ponte Valleceppi? –
– Si – disse ancora la signora sempre più esterrefatta e incredula.
 Abita in Via De Amicis?  
 Beh si! Ma lei chi è?  – stavolta rivolgendosi con atteggiamento sospettoso e guardingo.
– Niente paura – rispose Rita – Mi chiamo Maria Rita e abito anch’io in via De Amicis a Ponte Valleceppi e la vedo passare spesso sotto casa mia. –
A questo punto, visibilmente più rilassata la signora fece: – Io mi chiamo Donatella –
Seguì una rapida chiacchierata, Donatella si informò su dove abitassimo e si dissero entrambe contente di essersi incontrate in occasione della festa, anche se il luogo non era propriamente un salotto.
Si salutarono e raccontarono ciascuna al proprio marito la curiosa esperienza che avevano vissuto.
Venne l’estate successiva. Rita era andata in Sicilia, io ero rimasto a casa perché avevo un lavoro da completare. Non stavo proprio bene in salute ma niente di grave. Un giorno suonarono alla mia porta: era la stessa signora, la compagna che aveva conosciuto mia moglie al bagno della Festa di Bologna. Mi chiese se avevo voglia di dare una mano per la Festa de L’Unità che cominciava quella sera al Parco di Ponte Valleceppi.
Risposi che sarei venuto molto volentieri e la sera infatti mi presentai.

La Festa da dentro

Da subito mi impressionò l’organizzazione. La cucina era un brulicare di persone che si davano da fare. A dirigere il tutto una compagna, piccolina, biondina, gentile ma ferma e decisa. Notai subito un compagno che sembrava avere in mano le redini dell’organizzazione: prendeva le cose, dava disposizioni e …criticava e …brontolava.
Una costruzione con una copertura in lamiera ondulata, al centro del Parco, ospitava la cucina, il magazzino, una grande sala per la preparazione di pietanze e la parte comunicante con l’esterno per la consegna dei vassoi e di vino, birra e bibite. Il gran viavai di persone era abbastanza ordinato.
Molte attrezzature erano assolutamente inedite per me. Ad esempio nella sala di preparazione c’erano compagne che impastavano la farina, altri che preparavano le pagnotte, chi le spianava per cuocerle sopra una batteria di fuochi, i “testi”, chi tagliava le “torte” ancora calde a spicchi con un marchingegno di fattura artigianale molto funzionale, chi le apriva perché potessero essere farcite, e una pletora di persone che prendeva le ordinazioni degli addetti a preparare i vassoi: “due prosciutto. una salciccia ed erba, una rucola e formaggio, quattro bruschette,  un antipastone” e così via. La “torta al testo“ è una sorta di piadina, più alta e senza grassi, solo farina e acqua, regina di tutte le sagre perugine e vederla nascere in un baleno era tutto uno spettacolo…
Alle persone che ho elencato bisogna aggiungere, solo per la torta al testo, chi tagliava il prosciutto, il “barbozzo” (guanciale) e il formaggio, chi cuoceva l’erba (spinaci e bieta). E ancora chi preparava le bruschette, gli antipastoni e, sempre in questa grande sala di preparazione, gli addetti alle friggitrici delle patatine e infine Marzilia, la mitica addetta agli “arvoltoli”, frittellone grandi come e più di una pizza, sottili e croccanti che io non avevo mai visto prima. Marzilia distribuiva il semplice impasto di farina e acqua sul suo avambraccio e con rapidi e semplici gesti, la palla di pasta di trasformava in un grande disco che poi deponeva in una grande vasca piena di olio bollente: in pochi minuti erano pronti per essere conditi con sale o zucchero.
Appena fuori c’era tutto il reparto della brace, un apparato impressionante per me che avevo esperienza solo delle feste siciliane. Una graticola, credo costruita ad hoc dai compagni, con la parte centrale dove bruciava la legna e dalla quale si prelevava la brace da spostare a destra e a sinistra. Quindi la griglia dove arrostivano le bistecche e i vari tagli di carne di maiale e di vitello e dal lato opposto quella dove arrostire le salsicce con tutto un apparato a motore che le faceva girare in continuazione per cuocerle al meglio. Un'altra gratella a parte, più piccola, serviva per l'agnello. Sempre all’esterno una grande cella frigo stracolma di cibarie e bibite. In questo spazio accanto alle cucine oltre alla grande graticola, il deposito della legna e anche un grande e lungo tavolo con delle panche dove i volontari cenavano a turno, appena si poteva. Dietro, il reparto, rivolto al pubblico, con il vino e le bibite. La cucina oltre ai fuochi per la pasta e i condimenti, aveva un grande tavolo d’acciaio al centro dove si preparavano i piatti con le pietanze da mettere nei vassoi e infine, oltre a due altre celle per la carne e altro, uno scaffale con vassoi tovagline e posateria e, adiacente, il magazzino con tutto ciò che non aveva bisogno di frigo.
Insomma una fabbrica. Un meccanismo che, visto dall’esterno, era uno spettacolo di efficienza. Mi dissi che ero stato davvero fortunato a capitare in quel posto. E quella era solo la cucina! Poi c’erano il Bar, la Libreria, la Pesca, il punto vino e bibite, il Pub (uno spazio tutto autonomo per i giovani con musica e intrattenimento diverso dal palco centrale), il casotto con la Cassa si distingueva per la lunga fila di persone in attesa, con l'eliminacode, di poter fare l'ordinazione. E poi tutta la zona del parco davanti alla cucina piena di tavoli e panche, in parte coperta da grandi gazebi e in parte sotto delle capannine fisse,  la grande pista da ballo con il palco in muratura e lo spazio dibattitti.

Quando mi vide, Donatella fece velocemente le presentazioni. Mi sorrisero tutti e cercarono di mettermi a mio agio. Donatella mi chiese se avevo mai collaborato con una festa e se avessi preferenze su cosa fare. Risposi che non era la mia prima festa e che potevano mettermi dove serviva.
Così mi collocarono a comporre e consegnare i vassoi con le ordinazioni, il lavoro meno specializzato, dove però bisognava almeno saper riconoscere i piatti… Imparai quella sera stessa, non senza fatica, i vari tipi di torta, cosa fossero le puntarelle, o gli arvoltoli, la differenza tra matriciana e arrabbiata, insomma in qualche modo me la cavai. Componendo i vassoi, potei osservare i vari volontari.

L'Italia migliore

Mi piaceva da morire Marzilia, agli arvoltoli, una madre di famiglia simpatica e dalla faccia buona come il pane. E poi la Clara e la Margherita addette all’impasto delle torte insieme a Donatella.  Silvia, Ivo, Silvano, Patrizia, Francesca, Pamela, Dino, Silvana, Gianluca, Daniela, Marcella, Franco, Amelia e tanti altri a farcire le torte e a preparare gli antipasti, Amedeo all’affettatrice e poi Angelo alla friggitrice, con i suoi caratteristici capelli ricci, lunghi e canuti e dal piglio che capivi subito che doveva essere un compagno con ruolo dirigente anche se faceva il lavoro più massacrante.
Poi Giovanni e Claudio, coppia inseparabile, a cuocere e tagliare le torte, Danilo alla legna, Sergio, Palmiro ed altri alla carne. In cucina oltre alla chef Ada c’erano Graziella, Brunella, Milena, Paolo alla pasta, Daniele, Giuliano, Elena e diverse altre compagne e compagni. All’organizzazione il brusco ma sempre presente e affidabile, Gabriele insieme ad Adriano.
Allo stand della pesca, e ad animare con le loro gag tutta la festa: Lucia, Luana e Donatella. Per non parlare degli addetti agli altri servizi: Gabriele detto Spadino, Stefania, Leandro, Christian, Chiara, Fiorella al bar, Enzino alla cassa del Bar, Luigi, Palma, Daniela alla Cassa ristorante, Antonio e altri a Vino e bevande, Azzurra, Giacomo, Leonardo e tanti altri giovani al PUB. Renato e altri ai tavoli. E poi la vera anima della festa: montaggio, elettricista, musica, luci, e qualunque cosa servisse, l’infaticabile Nazzareno con Francesco, Patrizio, Gianluca. E infine Gianfranco e Riccardo alla libreria e Patrizia, allora segretario, a curare tutta la parte politica e le relazioni istituzionali.
Davvero una fabbrica. Un esercito di oltre cento persone, molte delle quali, da decenni trascorrevano due settimane delle loro ferie, ad allestire, gestire e poi smontare la Festa de L’Unità di Ponte Valleceppi.





Per non parlare di quelli che davano una mano nell’organizzazione di eventi o di singole manifestazioni: Giorgio, Rocco  Giancarlo, Emiliano, Pompeo e tanti altri che adesso mi sfuggono.
Dopo quella prima sera capitò però che una brutta infiammazione che già covava da alcuni giorni mi costringesse  a letto. Non avevo purtroppo nessun riferimento telefonico dei compagni e Rita era in Sicilia. Per cui non potei avvisare nessuno del fatto che la sera non sarei potuto andare alla festa a dare una mano. Addirittura, per alcuni giorni in cui stavo davvero poco bene, fu la mia padrona di casa, Ornella, una specie di seconda mamma per noi e alla quale saremo sempre grati per l’affetto e l’aiuto che ci ha sempre dato, fu Ornella, dicevo, a portarmi da mangiare e ad accudirmi.
Seppi poi che i compagni si erano chiesti come mai quel siciliano non fosse più tornato, se qualcuno lo avesse trattato male o se lo avessero scoraggiato dandogli un lavoro troppo pesante. La cosa si chiarì nei mesi a venire e dall’anno successivo cominciai a partecipare attivamente alla festa, insieme a Rita e a tutti i miei ragazzi, felici di fare quell’esperienza.

Un'esperienza che segna la vita

L’evento della festa al ponte cui sono stato felicemente coinvolto per oltre 15 anni, è stata una delle esperienze più intense e piene da me vissute. Prima di tutto umana perché in quelle due settimane l’anno tra festa vera e propria, preparazione e smontaggio, si creava una autentica comunità solidale, corresponsabile, gaia e animata da comuni obiettivi. E dal punto di vista politico non è stata da meno.
I compagni poi mi raccontarono che il parco, il grande e bellissimo parco che ospitava la festa, non sarebbe esistito senza la Festa de L'Unità.
L'area sulla quale oggi c'è il Parco Tevere infatti, fino alla fine degli anni sessanta, era una specie di zona paludosa e poco salubre. Furono i primi pionieri della Festa a bonificare, anno dopo anno, metro dopo metro, quello che oggi chiamiamo Parco, piantando di anno in anno gli alberi e rassodando il terreno, regalando così alla propria comunità un angolo davvero gradevole dove fare le grandi manifestazioni e le sagre ma anche dove far giocare i bambini e respirare aria buona. Quei compagni avevano tanto da insegnarmi.
Io provenivo da una federazione del PCI e da una provincia note per essere state culle e fucine di intelligenza e acume politico. Addirittura ero al centro di quello che, scherzosamente ma non tanto, tra i compagni del gruppo dirigente provinciale veniva definito: il triangolo dell’intelligenza e cioè quella zona che aveva sfornato parecchie menti brillanti, racchiusa tra i comuni di Racalmuto, Campobello e Ravanusa.
Ripensandoci adesso, la presunzione non ci mancava e anche se giudicavamo bravi, affidabili, seri e perseveranti i compagni del nord, ad esempio gli emiliani, i lombardi o i piemontesi, noi siciliani e specie noi agrigentini pensavamo in cuor nostro di avere un qualcosa in più, di saperla più lunga. Ovviamente si trattava di mera presunzione.
Così quando mi avvicinai alla sezione di Ponte Valleceppi, pensavo di trovare bravi e seri compagni,  disciplinati e poco inclini alla speculazione intellettuale.
Invece sono stato davvero fortunato a scegliere questa zona per viverci.
Il circolo del Ponte, prima DS poi PD era ed è fatto da persone non solo serie e brave, disponibili e solidali ma intelligenti, qualificate e acute e i dibattiti in sezione erano sempre di altissimo livello. Tutto ciò si è tradotto negli anni anche in tante belle e davvero interessanti iniziative ed esperienze politiche. Anche alla festa. Tanto per citare solo alcune delle iniziative più interessanti ai dibattiti della festa di Ponte Valleceppi si sono succeduti, esponenti del Partito Democratico Americano, Salvo Vitale, il fraterno amico di Peppino Impastato, Rosario Crocetta, allora appena eletto parlamentare Europeo, Serse Cosmi, allenatore di calcio professionista, Alessandro Maran, allora vice capogruppo PD al Senato e davvero tanti altri esponenti politici e non, di livello regionale e nazionale.
Insomma un’esperienza stimolante e davvero ricca.
Io e la mia famiglia fummo da subito circondati da simpatia e affetto per i quali non sarò mai a sufficienza riconoscente verso i compagni del Ponte. Non era così dappertutto purtroppo. Anzi.



Popolo in Festa

Un anno, credo il 2008, quando ormai le feste dell’Unità in tutta Italia stavano diventando sempre più rare e ne stava venendo meno lo spirito originario, venne a trovarci un giornalista/scrittore insieme ad un operatore video e altri collaboratori. Stavano curando un libro inchiesta sulle Feste de L'Unità, in collaborazione con l’Istituto Gramsci e la Fondazione Democratici di Sinistra.
Intervistò diversi compagni e chiese qualcosa anche a me. Qualche tempo dopo si pubblicò un bel volume dal titolo: POPOLO IN FESTA – Sessant’anni di Feste de L’Unità che conteneva anche un DVD con le interviste realizzate e materiale d’archivio di varie istituzioni.
In calce a questo articolo inserisco un collegamento per permettere, a chi lo volesse, di vedere e ascoltare alcuni stralci di queste interviste che riguardano le feste al Ponte.
Qui mi piace citare un passo del libro in cui si parla della nostra festa: il lunedì, all'indomani della conclusione della festa si era soliti presentare alla cena dei volontari, un primo bilancio economico con tutti gli incassi e i vari risultati dei singoli stand. Negli ultimi anni ero stato incaricato di redigere questo bilancio e mi divertivo a presentare i risultati infarcendo i numeri di grafici, confronti, statistiche proiettando slides con tutti i dati, su un grande schermo allestito sulla pista da ballo dove normalmente si svolgeva la cena dei volontari. L'anno precedente a quello in cui vennero a trovarci i redattori dell'inchiesta, anno particolarmente felice come incassi e partecipazione, ai dati numerici e statistici, avevo aggiunto una nota personale che piacque sia ai compagni quando la lessi durante la presentazione, sia a quei giornalisti tanto che vollero inserirla nel loro libro-inchiesta.



Ecco la citazione:
Dal libro: Popolo in festa – di Fabio Calè – pagg. 66/67 –  Donzelli editore - 2011.
“La domanda sulle motivazioni attuali di un impegno simile (l'impegno dei volontari delle feste, n.d.a.) trova risposte diverse: prevalgono lo spirito di servizio, il senso di comunità e di appartenenza che la festa riesce a trasmettere ai più giovani, tanto restii a farsi coinvolgere durante l’anno nelle iniziative politiche ordinarie quanto pronti a contribuire senza risparmio alla festa. Una risposta originale ci viene da Piero, militante siciliano già precocemente impegnato in politica dalle sue parti, nell’Agrigentino, fino a essere eletto Consigliere Provinciale a 18 anni, per poi abbandonarla deluso. Trasferitosi in Umbria, si è ritrovato casualmente coinvolto di nuovo in questa festa e da quel giorno, colpito dal “richiamo della foresta” come dice lui, non se ne è più liberato, pur continuando a rifiutare strenuamente qualsiasi incarico politico formale. Nel 2007, a conclusione della festa è stato lui a presentarne il bilancio, voce per voce, con slide, grafici, tutto molto tecnologico e moderno. Al termine della presentazione aveva aggiunto una sua riflessione personale che ci ripropone:
«Credo che nessun datore di lavoro, anche il più onesto e simpatico, riuscirebbe ad ottenere dai suoi dipendenti, anche pagandoli molto bene, quello che qui tutti noi abbiamo fatto, senza risparmiarci. Né si può sostenere che questo sia dettato dalla fede politica o da interessi. 
Il socialismo non c’è più o quasi, tra noi c’è molta differenza di concezione, di cultura, di provenienza e, talora, anche di visione politica. Quel che siamo e, ancor di più, quel che saremo da qui a qualche mese nessuno di noi lo sa con precisione… Sarà amicizia? Non credo: non tutti siamo amici, molti di noi si vedono praticamente una volta l’anno in occasione della festa.
E allora cos’è? Me lo sono chiesto più volte in tutti questi giorni, quasi fosse un interesse sociologico, di mera conoscenza dell’animo umano. Poi ho avuto un’illuminazione: vedere tante persone che si danno in questa maniera, non guardando orari, stanchezza, aiutandosi l’un l’altro e godendo solo del buon andamento della comune attività; vedere tante persone che non si preoccupano di cercare non solo ricompense materiali, ma nemmeno riconoscimenti morali, che lavorano nell’anonimato e non vanno in cerca di medaglie o di encomi solenni…
Ecco, tutto questo mi sono sforzato di capire cosa fosse, e alla fine ho capito che tutto ciò coincide con i miei ideali di gioventù, con quello che ha mosso gran parte della mia vita, e, sono sicuro, anche della vostra; tutto questo io ho sempre immaginato che fosse 

IL COMUNISMO…

la semplicità che è difficile a farsi, come diceva Brecht.»

Ribadisce di considerarsi fortunato per essere capitato qui e ci chiede, dato il tema della nostra inchiesta, se per caso, siamo del WWF”.


venerdì 29 maggio 2020

Burle buone, brutte e cattive


Storie di fotografi e di jazz

– Che cos’è il genio? – Chiedeva la voce fuori campo in “Amici miei”.
È fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione. –
Proprio quello che c’è in almeno un paio delle storie minime che oggi vi racconto.
I protagonisti sono il solito mio zio Umberto e due miei fraterni amici: Santo, amico e compagno che poi sarebbe anche diventato mio cognato e Mariano, detto anche Mario, amico di quelli che ne hai pochi nella vita e compagno di tante avventure ma qui però, nella storia che lo riguarda, in veste di vittima sacrificale. Sullo sfondo della terza storia, il jazz, passione comune con Mario.



La prima breve storia di oggi è una di quelle che i fiorentini chiamerebbero “burle”. Nascono senza premeditazione, appunto per “fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione”, insomma per il genio creativo di Umberto. 
Fiat Lux
Mi capitava, durante gli anni di Liceo a Canicattì (ma anche dopo), di passare a trovare mio zio Umberto presso la sua concessionaria Olivetti.
Furono gli anni di trasformazione profonda e di evoluzione rapidissima del mercato e della tecnologia delle macchine da ufficio. All’inizio, fine anni sessanta e primissimi anni 70, era ancora l’epoca delle calcolatrici a manovella, le mitiche Summa 20 e di quei gioielli di meccanica che erano le Divisumma, tra le prime macchine da ufficio meccaniche al mondo in grado di fare divisioni oltre alle altre operazioni. Erano davvero al top dell’industria mondiale nel settore e, insieme alle macchine da scrivere, da quelle personali come la Lettera 22 a quelle più propriamente da “ufficio”, rappresentavano uno dei fiori all’occhiello dell’industria italiana. Poi si affacciarono le prime fotocopiatrici a costi sopportabili anche per piccole e medie aziende e infine con l’avvento dell’elettronica, prima nelle macchine da scrivere e nelle calcolatrici e quindi con i primi personal computer tutto cambiò e iniziò una rivoluzione senza precedenti.
Era un mondo affascinante per me e divenne una vera e propria passione.
Canicattì era un centro commerciale davvero importante: ben quattro Banche lì costituitesi e nel tempo sviluppatesi, avevano la sede centrale in città. La Concessionaria Olivetti aveva il suo bel daffare a fornire e a fare la manutenzione del parco macchine di alcune delle banche canicattinesi, delle sedi centrali e di tutte le agenzie sparse per l’isola e, quando era possibile, seguivo volentieri mio zio nei viaggi che lo portavano ovunque ci fosse un’agenzia della Banca Popolare Siciliana o del Credito Canicattinese, da Ustica a Siracusa da Letoianni a Palermo.
Il fatterello di cui narro accadde quando frequentavo la V Ginnasio. Allora il Liceo Classico era privo di locali propri e veniva ospitato per lo più a Borgalino presso una ex Scuola Elementare che però non riusciva a contenere anche il Ginnasio (i primi due anni del Liceo), sballottato di anno in anno in diversi locali presi in affitto. Quell’anno ci eravamo trasferiti da un locale davvero fatiscente che chiamavamo il “pollaio” che si trovava di fronte al plesso centrale e che era inagibile quando pioveva, in dei locali, in verità degli appartamenti, di recente costruzione che si trovavano di fronte alla Villa Comunale, allora punta estrema a sud-ovest del centro abitato. La concessionaria Olivetti era lì vicino e molto spesso approfittavo di un passaggio in auto con lo zio per andare o tornare da scuola. Trascorrere del tempo con lui era sempre uno spasso e mai una routine.
Ero in concessionaria quel giorno, nella tarda mattinata. Non ricordo se lo zio e il suo socio avessero di già aperto la “loro” concessionaria o fossero ancora alle dipendenze di quella di un altro titolare, ma poco importa. Ad un certo punto passò a salutare un caro amico di famiglia che qui chiameremo “Mimmo”.
Mimmo era una persona colta, discreta e gentile; forse un po’ timido e, anche se fu vittima di questo scherzo, non era affatto uno stupido. Era semmai un po’ ingenuo e, soprattutto, si fidava dello zio e fu facile preda della sua capacità di far sembrare vere anche le cose più assurde.
Mimmo ad un certo momento dell’amichevole conversazione con lo zio Umberto si mise a parlare della sua passione per la fotografia, descrivendoci minuziosamente la camera oscura che aveva allestito in una stanza della sua casa e delle sue attrezzature. Ci disse che però quella stanza aveva due grandi finestre e della difficoltà incontrate per tenere ben chiuse le imposte e non far entrare la luce. Nonostante tutti gli accorgimenti da lui adottati, un po’ di luce, specie di giorno, filtrava sempre e di questo si rammaricava molto perché rischiava di rovinargli i negativi e le stampe.
A questo punto, ecco il genio, Umberto gli fece:
– Ma non sai che ormai c’è una facile soluzione a questo problema? –
– Davvero? – gli rispose, interessatissimo, Mimmo.  
Umberto allora gli raccontò che qualche giorno prima era stato al negozio di Di Vita e Failla e che ad un signore che aveva lo stesso problema era lì stato proposto un nuovissimo prodotto, un po’ costoso ma di sicura efficacia: una lampada di luce nera.
– Una lampada di luce nera? – fece Mimmo.
– Si. Tu l’accendi e nella camera si fa il buio totale. – fece sicuro Umberto – Guarda, se fai presto prima che chiuda, puoi prenderla al loro negozio –
Mimmo, preso dall’entusiasmo di Umberto e dalla curiosità per quel miracoloso marchingegno in grado di risolvergli il problema, non stette a rifletterci e senza farselo ripetere salì in macchina per andare al fornitissimo negozio di Di Vita e Failla.
Umberto a questo punto alzò il telefono e chiamò il negozio raccontando dell’assurda richiesta che da lì a poco avrebbe fatto loro un cliente, pregandoli di stare al gioco. Conoscendo Umberto e assecondandolo, appena arrivò Mimmo gli dissero che l’articolo era andato a ruba e aspettavano una seconda fornitura.
Io e lo zio poi passammo dal negozio per farci raccontare nei particolari come fosse andata e quelli ci raccontarono che Mimmo aveva chiesto tutte le caratteristiche della lampada: come funzionasse, chi la produceva, il modello, il costo. Loro si erano mantenuti sul vago, giustificandosi con il fatto che il prodotto era ancora sperimentale e che, visto il riscontro del mercato, volevano ottenerne l’esclusiva per tutta la Sicilia e quindi non potevano dare troppe informazioni. Ridemmo a crepapelle alle spalle del povero Mimmo!
Non ho mai saputo se il prode Mimmo tornò poi al negozio per sapere se la lampada fosse arrivata o se anche lui, illuminatosi finalmente della luce della ragione, si fece quattro risate insieme ad Umberto compatendosi per lo scherzo subìto.

Concorrenza

Per me le burle più belle sono quelle in cui la stessa vittima, dopo un attimo di rabbia e di voglia di riempirti di botte, alla fine scoppia a ridere e si complimenta, autocommiserandosi per la sua ingenuità.
È di questo tipo la storia che coinvolge Mario come vittima e Santo come protagonista.




Con Santo abbiamo condiviso tantissime esperienze, organizzato eventi, svolto battaglie, partecipato a iniziative, acquisendo un livello di confidenza e complicità che basta uno sguardo, un ammiccamento o un leggero cambio nel tono di voce per intenderci al volo e reggerci vicendevolmente la parte.
Era il giorno di Natale, prima metà degli anni ottanta. Avevamo appena finito il tradizionale pranzo di famiglia dalla nonna Maria. Ci stavamo quasi annoiando quando proposi di rompere i cabasisi a qualcuno. Non c’erano ancora i cellulari quindi bisognava chiamare qualcuno che stesse a casa o comunque che potessimo rintracciare ad un telefono fisso.
Santo oppose una tale resistenza alla proposta che non feci in tempo a girarmi e aveva già il telefono in mano. Mi chiese: – Allora, chi chiamiamo? - E io risposi, pensandoci un attimo:- Mariano? –
Santo imitava abbastanza bene la voce di Giovanni Amato, il decano dei fotografi del paese e con il quale Mariano non aveva particolari rapporti se non quelli formali di colleghi che si rispettano.
E così, detto e fatto, Santo alzò il telefono e, improvvisando assolutamente ogni cosa, chiamò Mariano che era ancora in pieno pranzo natalizio, fingendo di essere Giovanni Amato.
– Mario, dobbiamo parlare urgentemente. Ci possiamo vedere subito? –
– Ciao, Buon Natale anche te, Giovanni. Ma io sto ancora a pranzo, possiamo fare più tardi? –
– Purtroppo più tardi io ho un impegno e le cose che dobbiamo dirci sono molto urgenti. –
Mariano cominciava ad essere preoccupato. – Ma di cosa si tratta? mi puoi accennare l’argomento? –
– Meglio di no. Ne parliamo di presenza. Ascolta, ci vediamo tra dieci minuti davanti al tuo studio. Mi raccomando – e Santo/Giovanni staccò la telefonata. L’amo era stato gettato.
Finimmo il panettone e i cannoli. Assaggiammo anche la cubaita e ci prendemmo il caffè. Poi prendemmo una macchina per farci un giretto. Per puro caso passammo davanti lo studio di Mariano e lo vedemmo là davanti con fare nervoso.
– E che ci fai a studio il giorno di Natale? Devi fare una foto tessera? – dicemmo con l’aria di volerlo schernire un po’?
– Macché, sapeste! Mi ha telefonato Giovanni Amato. –
– Giovanni?! E che voleva? –
– Dice che deve parlarmi urgentemente. –
– Ma il giorno di Natale? –
– E gliel’ho detto anch’io ma dice che è importante! –
Insomma, stemmo un po’ lì, a riempire di aggettivi non proprio gentili l’ignaro e incolpevole Giovanni, che agli occhi di Mariano quantomeno era in grave ritardo. 
Lo mettemmo in guardia (chissà di cosa poi…):
– Attento! Giovanni è capace di creare tragedie senza fine! Ma tu hai idea di cosa possa volere? ­–
– Mah! – ci rispose Mariano – ho il sospetto che abbia a che fare con la prossima apertura dello studio di mia zia Salvina. Sai Salvina sta aprendo lo studio proprio qui di fronte. –
E così l’ingenuo Mariano si consegnò mani e piedi al Gatto e alla Volpe, dandoci lo spunto per imbastire un’autentica tragedia.
Intanto che Mariano si spazientiva per l’attesa di Giovanni, noi lo pungolavamo aizzandolo contro costui che, da autentico maleducato, gli stava rovinando il Natale e, al tempo stesso, lo consigliavamo di aspettare sia per il rispetto che merita un collega anziano sia perché la cosa poteva essere davvero importante.
Lo lasciammo dopo una mezz’oretta ancora lì, in attesa che Giovanni si facesse vivo.
Rientrati a casa di Santo, facemmo qualche telefonata per coinvolgere altri amici incaricandoli di passare per caso dallo studio di Mariano e rifare la stessa manfrina che avevamo fatto noi.
Poi la seconda telefonata: Santo/Giovanni aveva dovuto anticipare l’impegno e si sarebbe liberato dopo un’altra mezz’ora. Per Mariano era inutile rientrare a casa e così rimase allo studio dove tra l’altro a distanza di qualche minuto l’uno dall’altro, passavano gli amici a chiedergli che facesse lì il giorno di Natale.
La pazienza di Mariano era ormai al limite. Si stava facendo sera. E così fu uno stillicidio di rinvii, di mezze telefonate di Giovanni che gli avevano confermato che l’argomento era l’apertura dello studio della zia, che il piano commerciale non era rispettato, che quattro fotografi in paese erano troppi, che bisognava fare qualcosa e si doveva stare uniti. Tutto ciò, infarcito dagli sfottò degli amici che passavano davanti allo studio ogni 5 minuti, aveva portato il paziente e pacifico Mariano sull’orlo di una crisi di nervi.
Ormai era buio e l’unico motivo per il quale Mariano aspettava Giovanni fino in fondo era per gonfiargli la faccia, perché non si trattano così le persone, perché gli aveva rovinato il Natale e via di questo passo.
Verso le 20.00 qualcuno ci avvertì che Giovanni stava passeggiando per il corso e che da lì a poco avrebbe potuto capitare davanti allo studio di Mariano con conseguenze imprevedibili.
Chiamai allora Mariano che era ancora allo studio in attesa di Giovanni:
– Marià, vieni subito al Bloomy (era il bar del nostro comune e fraterno amico Lillo). Qui c’è Giovanni Amato che fa come un pazzo! Dice che sei un maleducato, che non hai le palle, che gli hai rovinato il Natale… E, sapendo che siamo amici, ci ha detto di dirti di venire subito qui al bar perché vuole incontrarti davanti a testimoni. Ma tu che gli hai combinato? –
– Io? Ma semmai è lui che mi ha rotto davvero i cabasisi! Ora vengo e lo gonfio! –
E così, come un fulmine, Mariano si precipitò al Bloomy bar. Entrò come una furia e lo fermai al volo:
– Dov’è? Dov’è? Che gli faccio vedere io chi è maleducato! – Non avevo mai visto Mariano così incazzato.
– Aspetta, Marià! Lui dice che ha i documenti. Che ti può rovinare. Stai attento, calmati. Lui ti aspetta nel magazzino del bar, ma può essere pericoloso, non precipitare le cose, non si sa mai. –
  Ma chi? Me lo bevo con una mano soltanto quel pezzo di str… e partì in quarta verso il magazzino.
Ad attenderlo ovviamente non c’era Giovanni Amato, che mai nulla seppe del rischio che corse, ma una ventina di amici con la birra in mano che, appena entrato Mariano, cominciarono a ridergli addosso e a prenderlo in giro per essere caduto come un allocco in uno scherzo.
Ci volle un po' prima che si riprendesse. Voleva prendersela con qualcuno, si guardava a destra e sinistra per individuare chi avesse potuto fargli uno scherzo così atroce e facemmo fatica a  convincerlo che Giovanni Amato non c’entrava proprio nulla e che la voce con cui aveva parlato era di Santo. Alla fine, a poco a poco, si calmò e, addirittura, si complimentò con noi e si fece una gran risata.

Vendetta a suon di Jazz





Ad organizzare tutta la programmazione di spettacoli, sport e intrattenimento per le feste de L’Unità a Campobello eravamo per lo più io e Santo. Lo saremmo diventati ancora di più, qualche tempo dopo, per la rassegna da noi ideata e programmata dal Comune: “La Bella Estate nelle Terre dell’Uva”.

Quando Santo aveva svolto il suo pesantissimo servizio militare presso il Distretto Militare di Agrigento aveva conosciuto e subito legato con Sandro,  un suo commilitone di Realmonte o di Porto Empedocle, non ricordo bene. Questi aveva fondato insieme ad altri una jazz band allora molto apprezzata negli ambienti musicali più raffinati dell’agrigentino: L’Oratorio di Falaride.
Sempre alla ricerca di spettacoli alternativi e che sfuggissero all’imperante e appiattente disco music e ai vari emulatori di Umberto Tozzi, non ci pareva vero di avere una jazz band a prezzi accessibili per una festa come la nostra e così tentammo di programmare una serata con loro.
Il primo anno ci diedero buca, dopo che erano già sui manifesti, adducendo la banale scusa che avremmo dovuto ricordarglielo qualche giorno prima e che, ormai, qualcuno di loro era in vacanza. La seconda volta, ancora una buca. Li avevamo messi di nuovo in programma e li aspettammo per tutta la serata senza aver mai saputo cosa fosse loro successo. Divenimmo, io e Santo, lo zimbello dei compagni e, per ogni cosa che proponevamo, era pronta un’allusione all’Oratorio di Falaride. Credo che ce ne combinarono anche una terza, ma non sono sicuro. Ma, in ogni caso, avevamo davvero il dente avvelenato con questa band.
Un giorno Santo capitò in Federazione, dove io lavoravo. Gli capitava ogni tanto di andare a licchiare con Anna, la sua ragazza o forse, a quei tempi, ancora aspirante tale e che in quei tempi frequentava appunto una scuola in città.
Non ricordo come nacque il discorso. Forse vedendo qualche dépliant di feste in provincia dove era programmato un concerto della nostra cara jazz band. Fatto sta che ci venne il desiderio di vendetta, piatto che va mangiato freddo, come si sa.
E così, sempre in quattro e quattr’otto, come era solito il fare di Santo, acchiappò il telefono e chiamò il suo amico jazzista. Quello si scusò e si mostrò davvero mortificato per le volte che ci avevano dato buca. Santo gli propose allora una serata a Campobello, al chiuso, nell’ambito di una rassegna musicale importante. Concordarono data, ora, compenso, amplificazione, aspetti tecnici e quant’altro. Santo comunicò il luogo della rassegna, il Salone Delle Rose di Giammusso e non ci restò altro che aspettare il giorno del concerto.
Arrivato così il giorno del presunto concerto dell’Oratorio di Falaride, passammo al Salone delle Rose e pregammo uno dei signori Giammusso di consegnare per noi una busta chiusa nel caso in cui si fosse presentato qualcuno che voleva fare lì uno spettacolo. Non avrebbe dovuto fare altro.
E così la vendetta si compì. Quella volta la band era venuta, organizzata di tutto punto, con auto e furgone, strumenti e amplificazione, trovando però solo una busta contenente un foglio sul quale c’era scritto: “CHI LA FA’ L’ASPETTI!”
Sapemmo che ci cercarono invano per tutto il paese, neri di rabbia.
Non ci siamo mai pentiti. Se l’erano meritato.

26 - LE POESIE DI CIANCI E RIDI - 27 - LETTERA DELLA S.I.A.E

E, in ultimo, scrive Umberto: 26 - LE POESIE DI CIANCI E RIDI E infine vi voglio regalare un momento di grande arte, un‘emozione che solo i ...