giovedì 30 aprile 2020

Brevi accenni alla storia del PCI di Campobello di Licata: lo sciopero del 21 dicembre 1947 e le sue conseguenze. La ‘za Nina.


Ho curato, a metà anni 70 (credo nel 1976 o 77), insieme a mio fratello Salvatore, una mostra con foto, racconti e documenti e che esponemmo in piazza per la festa de l'Unità, sulla storia del PCI di Campobello. In quella occasione feci ricerche, interviste e studiai documenti. Credo che tutto quel lavoro oggi sia perduto, ma ho chiarissimo nella mente quasi tutto. Per questo, anche sollecitato da più parti, voglio scriverlo prima che si perda anche il ricordo orale.
In questo articolo mi concentro su un particolare periodo e su una particolare figura: la ‘za Nina Lauricella.
Cerco di raccontare fatti, ovviamente narrati dal mio punto di vista, che è quello di chi, pur non avendoli vissuti in prima persona, ha però raccolto testimonianze dirette da chi c’era e comunque inquadrandoli in un contesto più ampio di storia siciliana. Non c’è alcun intento offensivo nei confronti di nessuno, ma la storia è sempre di parte, e, anche se i fatti appartengono alla verità, la loro interpretazione fa invece parte del nostro libero giudizio.
Personalmente pur cercando di avere una certa obiettività, anche alla luce del tempo ormai passato che ha rimarginato molte ferite, necessariamente ho letto e leggo questi fatti dal punto vista della sinistra e del Partito Comunista Italiano di cui ho fatto parte da quando avevo 15 anni fino al suo scioglimento, senza intenti apologetici, anzi più che critici, ma non perdendo mai di vista la propria parte, il fine della propria politica e il proprio ideale: la giustizia e l’equità sociale, la fine dei privilegi e dello sfruttamento. Se riuscite a finire il racconto di quegli anni vi prego quindi di essere indulgenti anche se non condividete un giudizio o se trovate inesattezze nella narrazione dei fatti. Raccoglietene anzi spunto per animare un dibattito senza preconcetti e con spirito costruttivo per riappropriarci di quella storia di cui tutti noi in qualche modo siamo figli.
 

Brevi accenni alla storia del PCI di Campobello di Licata: lo sciopero del 21 dicembre 1947 e le sue conseguenze. La ‘za Nina.


Permettetemi una breve premessa generale per inquadrare il clima di quegli anni.
Il 21 dicembre 1947 è una data spartiacque per la Sicilia.
Dopo il luglio del 43 e lo sbarco degli americani, mille fermenti erano scoppiati in più direzioni, ma quello che si andava a delineare chiaramente, con Portella della Ginestra e la strage di lavoratori che andavano a festeggiare il Primo Maggio, era uno scontro frontale tra agrari, notabilato e borghesia e la grande massa di braccianti senza terra e diseredati in cerca di lavoro e di pane. Nel ’45 l’Italia si era finalmente liberata tutta dal giogo nazi-fascista e la politica nazionale dopo il viaggio di De Gasperi negli USA, la scissione socialista e la nascita del Governo De Gasperi III nel ’47 era in una fase di grande fermento. In questo governo si era rafforzata la presenza democristiana e agli Interni era approdato il democristiano e siciliano di Caltagirone Mario Scelba.
Si svolgono, per la prima volta, ad aprile le elezioni dell’Assemblea regionale siciliana. Le sinistre si presentano unite insieme al Partito d’azione nella lista del Blocco del Popolo, simbolo l’effigie di Garibaldi. Per la DC una secca sconfitta: perde 13 punti rispetto al voto del 2 giugno 1946.
L’assemblea Costituente in autunno si avviava alla fine del suo lavoro scrivendo la nostra amata Carta Costituzionale: nella primavera successiva si sarebbero svolte le elezioni politiche e l’Italia avrebbe preso la sua strada.
Sul piano internazionale Truman, presidente USA, dichiarava sostanzialmente che avrebbe contrastato con ogni mezzo l’ascesa dei comunisti in Europa. La tensione fra USA e URSS, sempre più palese, divideva il mondo e anche gli italiani.
In questo clima, nell’autunno del '47, in tutta la Sicilia la sinistra chiama i lavoratori alla lotta e, speranzosi di poter dare ad agrari e vecchia aristocrazia la spallata finale, prepara, in un clima sempre più teso, uno sciopero generale in tutta l’isola per il 21 di Dicembre.
La parola d’ordine sarà data da Pancrazio De Pasquale ad una riunione della Direzione regionale del PCI: “Faremo il ‘48”.
Anche a Campobello il clima era tesissimo. La sinistra in termini numerici era maggioritaria. La CGIL contava circa 3000 iscritti e il PCI più di 900. E i dirigenti di allora volevano dare una prova di forza che portasse a far capire che occorreva socializzare le ricchezze della terra e darla a chi la lavorava. Ovunque in Sicilia lo schieramento di forze dell’ordine messo in campo da Scelba era imponente.
La manifestazione culmina con un comizio in piazza XX Settembre che scalda ancora di più gli animi. Non si sa da chi e come, parte l’assalto al Circolo dei “Galantuomini” frequentato dalla piccola borghesia locale (non credo fosse preparata, i compagni che intervistai mi negarono tutti che avessero organizzato in anticipo l’attacco). Il Circolo, deserto, viene devastato e a quel punto la folla si dirige verso la sede della Democrazia Cristiana che però aveva organizzato una certa difesa. È così partono diversi colpi di pistola, uno dei quali ad altezza d’uomo dalla sede DC colpisce a morte un bracciante, Giovanni Vizzì.
Sarà uno dei tanti morti di quel giorno in Sicilia (tre a Canicattì e poi a Partinico e altri nel siracusano e nell’agrigentino).
La folla, impaurita si disperde e le forze dell’ordine riprendono in qualche modo il controllo.
Ma la tensione resta altissima in tutto il paese e le notizie che giungono dagli altri paesi non sono confortanti.
Scelba a questo punto attua una fortissima repressione in tutta l’isola. In particolare nei giorni successivi allo sciopero vengono eseguiti a Campobello oltre 30 arresti, se non erro 38. Tutto intero o quasi il gruppo dirigente del PCI. Ma la popolazione ancora una volta si ribella e circonda la Caserma dei Carabinieri. Per evitare guai peggiori, vengono liberati gli arrestati, denunciandoli a piede libero. Gli arresti verranno eseguiti nottetempo nei giorni successivi e portati direttamente al carcere di San Vito ad Agrigento. Gli arrestati furono 36 perchè alcuni fecero in tempo ad espatriare.
Il fallimento dello sciopero e la velleità dei dirigenti comunisti siciliani fu alla base delle sconfitte successive alle politiche del 48 e, insieme all’intervento mafioso sempre più forte a fianco degli agrari, contribuì al progressivo declino di quella forza fondamentale per le masse più deboli della popolazione e alla delusione di tante speranze.
Tra gli arrestati di Campobello che saranno poi condannati in un lungo processo a varie pene, se non erro alcuni anche a tre anni, vi era anche Sebastiano La Greca marito di Antonina Lauricella conosciuta da tutti come la ‘za Nina.
Mentre in molti altri paesi siciliani la sconfitta e la repressione avevano provocato l’assoluto indebolimento del Pci e delle Camere del Lavoro, la partenza per l’estero di parecchi dirigenti preoccupati da minacce mafiose e repressione scelbiana, a Campobello di Licata, nonostante le ferite e il lutto, la partecipazione politica rimase altissima e il sostegno e la solidarietà per le famiglie dei 36 carcerati fecero da cemento per dare continuità all’attività politica.
In questi anni la ‘za Nina dimostra notevoli capacità di dirigente diventando un po’ la madre coraggio del quartiere più popoloso, più povero e più “rosso” del paese, quello di San Giuseppe/Uliva.
Non è solo una madre che deve crescere nell’assoluta povertà ma anche con grande dignità i propri figli da sola, ma è anche l’attivista che organizza tutte le proteste e le proposte di quegli anni, è il punto riferimento per le controversie, le rimostranze del quartiere e quando c’è da schierarsi a favore della giustizia per riparare a qualche torto non esita anche a prendersela con coraggio con qualsiasi autorità a cominciare dal sindaco e dalla burocrazia.
Anche quando il marito Sebastiano e tutti gli altri scontarono finalmente la pena la ‘za Nina non perse grinta e passione politica e si era fatta notare come una delle più capaci donne comuniste in Sicilia.
Quando la intervistai per organizzare la mostra di cui ho parlato in premessa mi disse che a più riprese le avevano proposto un ruolo nel gruppo dirigente del PCI sia in federazione e addirittura nel comitato regionale.
“Ma – mi disse – io a malapena so leggere e scrivere, che ci avrei fatto con tutti quegli intellettuali? E chi ci avrebbe badato ai miei figli?”
Verso la metà degli anni ’60 organizzò un’Assemblea delle Donne Comuniste. 
Ora bisogna considerare cosa ciò significasse in Sicilia in quegli anni, sia dal punto di vista del costume che da quello politico. 
Donne che parlavano e si interessavano di politica si contavano nel palmo di una mano un po’ in ogni città. Ma la ‘za Nina riuscì a riempire all’inverosimile il “Salone delle rose” (di Giammusso) e a quel convegno partecipò una dirigente nazionale che credo si chiamasse Rita Montanari e, insieme ad una brava compagna di Canicattì di cui adesso non ricordo il nome ma della quale la ‘za Nina aveva grande stima perché come lei era “figlia del popolo”, prepararono la relazione per quel convegno con una serie di rivendicazioni per migliorare la vita delle donne e delle famiglie.
Quando io la conobbi e la intervistai la ‘za Nina si era ritirata dalla politica. Lessi nei suoi occhi la delusione e una certa animosità nei confronti del gruppo dirigente locale di quel tempo. Non mi disse niente di preciso ma seppi che nella cruenta fase di rinnovamento che il PCI a Campobello visse alla fine degli anni ’60 con uno scontro frontale tra i vecchi dirigenti e una nuova generazione di “giovani intellettuali” rispettivamente guidati da Giovanni Riggeri (che fu più volte sindaco) e Calogero Gueli, la ‘za Nina, come tanti compagni di allora, sentì grande il peso di doversi schierare tra quelli in cui aveva sempre avuto fiducia e questi nuovi giovani che, pur tra tante contraddizioni, potevano portare però ad un rinnovamento della politica e del paese. Lo scontro si concluse con una scissione: i vecchi dirigenti vennero espulsi con un lungo strascico di polemiche e di rancori culminati anche in diversi processi penali e civili.
La ‘za Nina a quel punto decise di ritirarsi e nessuno la cercò più. Fino a quando un ragazzo neanche ventenne, che a stento lei riconosceva come comunista per le sue origini familiari ma che aveva saputo che se la cavava e che le veniva descritto come un bravo compagno, non venne ad intervistarla per farsi raccontare di quando organizzava i comizi di quartiere, le riunioni di caseggiato e di come era difficile essere donna, mamma e comunista, tra velate minacce, chiacchiere e cattiverie. Eppure era rimasta fiera e integra nella coscienza. La sentivo dura e provata dagli anni ma ancora “pasionaria” e con un carisma fortissimo. Mi piace pensare che contribuii con quella intervista alla sua successiva richiesta di rifare la tessera del partito. Ma non tornò più alla politica attiva anche perché era ormai avanti negli anni.
È bello che il Consiglio Comunale abbia dedicato anni fa un’importante strada della nostra Campobello a questa sua figlia, senza la quale, anche se non lo sappiamo, non saremmo quello che siamo, non saremmo quel paese diverso da tanti altri. Se il nostro è un paese di cui andare fieri per tanti aspetti lo dobbiamo anche alle donne e agli uomini che in quei momenti difficili seppero mantenere dignità e passione per le idee facendo sempre gli interessi della loro comunità.

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