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martedì 19 maggio 2020

Peppi Baruni e Bobby Solo




Ricordo Giuseppe Fortunato, inteso Peppi Baruni, con grande affetto e nostalgia.
Quando lo conobbi, nei primi anni '70, era un minatore della miniera Muculufa, l'ultima rimasta nel territorio di Campobello-Ravanusa.
Nel 1964 le miniere siciliane, luogo di sofferenze, sfruttamento e morte per migliaia e migliaia di uomini e ragazzini, furono regionalizzate e, da luogo di massimo sfruttamento dell'uomo sull'uomo erano in qualche modo diventate speranza di una civiltà industriale avanzata e rispettosa dei diritti fondamentali dei lavoratori. Ma la crisi dello zolfo siciliano, soppiantato da quello americano molto più conveniente da estrarre, porterà ben presto alla chiusura di tutto il settore estrattivo dello zolfo siciliano. Nel 67 l'Ente Minerario Siciliano conferì le miniere sopravvissute alla SOcietà CHIimica MIneraria SIciliana, SO.CHI.MI.SI, che ben presto diventò uno dei carrozzoni clientelari preda delle fauci del malgoverno dell'isola. Nel 1975, dopo anni di battaglie, la L.R. 42 pose la parola fine a quasi tutte le miniere della provincia di Agrigento, con forti incentivi per i lavoratori che scelsero di andare in pre-pensionamento. Chiuse anche la miniera della Muculufa, quella in cui lavorava insieme ad un settantina di campobellesi il nostro Peppe che scelse, come tantissimi altri, la messa a riposo anticipata.

Muculufa

Peppe aveva vissuto tutte le fasi della vita da surfararu: il lavoro quasi da schiavo da ragazzo e poi, mano a mano, acquistando dignità di lavoratore con pieni diritti fino a diventare, per l'epoca, componente di una sorta di aristocrazia operaia almeno se la si paragonava al resto di lavoratori per lo più in nero e senza diritti.
Proveniva da una famiglia povera e credo che il padre fosse di fede democristiana. Aveva manifestato già da ragazzo la sua indole ribelle e poco incline a sopportare ingiustizie e angherie. Credo che il suo mentore, quello che lo portò alla passione politica, fu un suo collega di miniera, un compagno di Serradifalco, Totò Augello, con il quale per tutta la vita ebbe un rapporto di fraterna e profonda amicizia.
Peppe era una persona molto fiera e, per ciò che riteneva giusto, era disposto a lottare con tutte le forze, incurante di rischio e conseguenze. 
Nel suo quartiere, San Giuseppe/Uliva il consenso al PCI sfiorava l'80%. Sin dal dopoguerra e fino alla fine degli anni sessanta c'erano stati punti di riferimento importanti per la gente del quartiere e per il partito: ho già parlato di la zà Nina Lauricella e di Sebastiano La Greca, mi piace qui ricordare qualche altro dei dirigenti di quel partito, dediti all'impegno politico e sociale come scelta di vita. Giovanni Tramontana, che non ho conosciuto ma di cui tutti parlavano come persona saggia e giusta, lu zi Miniddru Pellegrino, combattivo e volitivo compagno sempre in prima linea, Giuseppe Consiglio, monumento di saggezza, onestà e rigore morale, Vanni Gammino infaticabile tessitore e uomo di grande equilibrio, Luigi Martorana il macellaio bonario che sapeva tutto e non si faceva sfuggire nulla di quello che succedeva nel quartiere, Peppe Castelli, il partigiano dal cuore d'oro e dalla voce argentina. Angelo Smiraglia, fiero difensore dello spirito diella classe operaia e della sua morale. E tanti altri che sicuramente adesso non mi vengono in mente.
Peppe Barone più giovane di questi altri compagni si conquistò da subito, con il suo carattere impetuoso e schietto, un posto di rilievo nel quartiere e, a partire dai primi anni 70, ne divenne uno dei punti di riferimento più importanti e rappresentativi. Fu eletto al Consiglio Comunale per la prima volta credo nel 1968 o nel 1972 e non prese mai meno di 300 voti di preferenza nelle due sezioni elettorali del suo quartiere. Era il compagno sicuramente più bravo e più prezioso nelle attività del partito di allora: distribuire e vendere L'Unità, raccogliere le sottoscrizioni per il Primo Maggio e per la Festa de L'Unità, nel porta a porta in campagna elettorale e nel tesseramento, tanto che, un anno, quando ancora erano stretti i rapporti con l'URSS, vinse un viaggio premio in Unione Sovietica per il numero di tessere che aveva fatto.
Ho conosciuto poche persone generose e aperte come Peppe Barone.
Quando cominciai a fare le campagne elettorali,  oltre che preparare iniziative, comizi, attaccare i manifesti, girare con gli altoparlanti sulle macchine e tanto altro ancora, l'impegno più importante era il contatto diretto con gli elettori, il porta a porta. Imparai subito che le esperienze più interessanti si facevano se stavi accanto a Giovanni Burgio o a Peppe Barone.
Con Giovanni Burgio, che sarebbe poi diventato mio suocero, si era di famiglia in ogni casa. Entrando in una casa, chiedeva di familiari, di amici, delle situazioni più varie. E, a parte tutte le cose che la gente ci offriva, c'erano sempre questioni da sottoporre a Giovanni che allora era segretario della Camera del Lavoro dopo essere stato segretario della sezione. Ed era anche dipendente del comune presso l'ufficio "Assistenza", come si chiamava allora. In particolare si occupava dell'assistenza alle vedove e ai bambini orfani oltre che di mille altre cose. Quindi se stavi con Giovanni facevi poche case, perchè tutti avevano documenti da mostrare, cose da farsi spiegare, domande da compilare e così via, però imparavi tantissime cose: soprattutto io imparavo, guardandolo, come si gestiva con naturalezza il rapporto con le persone e mi confrontavo da vicino con i problemi della gente.
Ma quando andavamo nel quartiere di San Giuseppe/Uliva la scelta della compagnia ricadeva su Peppe Barone. Con lui era una vera gioia. In ogni casa era come se fosse a casa sua e, a prima vista, sembrava troppo irruento e quasi spaccone, ma era il suo modo di presentarsi e la gente, la sua gente, lo conosceva bene e iniziava con lui una sorta di duello verbale, un blandirsi a vicenda volto però a ribadire i legami e la comune appartenenza. Ciò che quindi cominciava quasi sempre con il richiamo ad alta voce del padrone o della padrona di casa e con il gettare qualche battuta provocatoria e continuava alzando ancora di più la voce, sfottendosi a vicenda, si concludeva inevitabilemnte davanti ad un bicchiere di vino e con grandi risate.
Fare il giro con Peppe era davvero uno spasso e anche un'altra scuola di rapporti umani.


Era l'estate del 1976. Si veniva da una campagna elettorale per il voto politico anticipato, combattutissima e carica di speranze: l'Italia aveva compiuto una svolta significativa. Il PCI aveva raggiunto a livello nazionale il suo punto massimo con il 34,4% a meno di 2 punti dalla DC che non era arretrata moltissimo solo perchè aveva praticamente prosciugato i suoi alleati di centro e la destra estrema con il richiamo al pericolo rosso. Ma un governo senza coinvolgere il PCI sarebbe stato, per la prima volta nella storia repubblicana, molto problematico,
In Sicilia c'erano anche state le elezioni Regionali che avevano segnato una grande avanzata per noi, soprattutto in provincia di Agrigento dove eravamo riusciti ad eleggere 4 deputati regionali, al pari della DC. Un risultato davvero eccezionale.
Il nostro compagno, amico e sindaco del paese, Lillo Gueli, era stato eletto Deputato Regionale, con un meritato successo politico e personale.



Eravamo quindi contenti ma anche stanchi. Lillo Gueli era a Palermo alle prese con l'insediamento dell'ARS eppure si doveva in qualche modo preparare la Festa de L'Unità, una festa che fosse all'altezza della situazione, quindi GRANDIOSA. 
L'anno prima era stato l'anno della gigantografia, degli addobbi della piazza e delle mostre. Quell'anno occorreva fare un ulteriore salto. Lo stand gastronomico (chiamavamo così il nostro primo esperimento di ristorante della festa e del quale parlerò in un'altra occasione) e soprattutto il "cantante", un nome di richiamo che potesse classificare la nostra festa come festa "per tutti" e che, per partecipazione e movimento, non avesse da invidiare nulla alla festa paesana per eccellenza, quella della Madonna.
Io in quel periodo lavoravo in Federazione ad Agrigento e mi era capitato di collaborare all'organizzazione della Festa Provinciale e di altre importanti Feste de L'Unità in provincia. Avevo quindi conosciuto degli impresari che erano per noi punti di riferimento. In particolare avevo un buon rapporto con due di essi: Egidio Terrana, che trattava spettacoli e cantanti, soprattutto di intrattenimento e di musica leggera e Walter Amorelli che era un compagno di Enna e che invece veicolava artisti meno noti ma con spettacoli impegnati e alternativi.
La nostra festa si svolgeva sempre a Settembre, dopo la Madonna, ma se volevamo qualcuno di importante dovevamo pensarci prima, così in un torrido mese di Luglio cercai Egidio Terrana e concordammo un appuntamento a Campobello. A quell'incontro eravamo presenti io, Peppe Fortunato, credo Totò Caruso e non ricordo chi altri ma eravamo in pochissimi.
Le proposte di Egidio erano svariate e quasi tutte impossibili per noi. Ce n'era una che ci tentava, ma la cifra per noi era quasi proibitiva all'epoca. La festa infatti si finanziava con la raccolta di contributi porta a porta e con le sottoscrizioni dei compagni e degli emigrati che tornavano. E la raccolta era davvero un lavoro estenuante e spesso mortificante. Ma non per Peppe che non si fermava davanti a nessuno, e riusciva a cavare sangue anche da un sasso...
Dopo una snervante trattativa con Egidio si arrivò ad un punto finale: per avere il cantente di grido dovevamo dare un milione di lire direttamente all'artista e 50.000 lire a lui. 
Il cantante era Bobby Solo.



Il fatto era che bisognava prendere una decisione quel giorno stesso perchè gli era rimasta solo una data libera, e il prezzo era molto buono proprio perchè era un Lunedì.
Assumersi una responsabilità così grande era davvero una cosa seria e ci guardammo in faccia io e Peppe. 
Barone, ad un certo punto, come era suo solito, gettò il cappello oltre l'ostacolo e battendo con un pugno sul tavolo disse "FACCIAMOLO!!! Ci penso io a raccoglierli!" 
E così firmammo quel contratto io e lui. E da quel momento, fare quella festa, così importante, divenne un punto d'onore.
Ricevemmo molte critiche per questa "sbruffonata" che avevamo fatto io e Barone: ci circondava lo scetticismo più totale dei compagni e tutti prendevano le distanza dal nostro inevitabile fallimento.
Passai tutti i pomeriggi di quell'estate con Peppe a girare per il paese per la raccolta di contributi e sottoscrizioni. Non si fermava di fronte a niente, era un vero mastino. Ma la gente gli voleva bene anche per questo.
Appena raggiungemmo il traguardo mi disse: "questi sono i soldi per Bobby Solo, per tutto il resto che ci pensino gli altri compagni".
Quell'anno la festa fu un successo inaudito e continuò per diversi anni, caratterizzandosi per qualità, innovazione e anche con presenze importanti. Peppe era il pilastro fondamentale per la raccolta e, in generale, quando c'era bisogno di contatto diretto con le persone. 
Aveva le sue idee e le manteneva a costo di pagarne conseguenze personali e politiche. Non era un compagno "accomodante" e dal facile compromesso, ma di lui ti potevi fidare ciecamente ed era leale e coerente. Uno dei ricordi più forti che ho è proprio quello di quando, alla fine del concerto di Bobby Solo, lo volle portare allo stand dove si preparavano la salsiccia e le "quaglie" alla brace. Gli occhi pieni di fiera soddisfazione volevano dire a tutti i compagni che con la forza di volontà si ottiene qualunque risultato.


Quando mi trasferii in Umbria è stato uno dei pochi compagni con cui ho mantenuto un rapporto. Ci sentivamo di tanto in tanto e lui aveva piacere di mandarmi i melograni della sua terra che erano davvero squisiti.
Non smise mai il suo impegno politico e diventò, nelle varie vicende di quello che seguì al PCI, punto di riferimento per gli esponenti più in vista di quella provincia, da Angelo Lauricella ad Angelo Capodicasa e mantenendo con tutti rapporti leali sempre al servizio della sua gente.


venerdì 15 maggio 2020

L'Unità

Lu zì Turiddru Arena è un personaggio di cui faremmo bene a non perdere la memoria.

Il compagno Arena nel giorno del suo 93esimo compleanno - Foto di Salvo Arena
 
Comunista esemplare, lo vedevo, già da bambino quando andavo in piazza a trovare mia nonna o a giocare, davanti alla sezione del PCI con in mano l'Unità che leggeva ad alta voce agli altri compagni. 
Aveva una voce ferma e autorevole, di quelle persone che seppur sai che non hanno un lungo curriculum di studi, hanno però messo a frutto il saper leggere e scrivere e la cultura se la sono fatti da soli. 
La sua lettura era chiara e ragionata e di tanto in tanto si fermava per spiegare certe frasi o certe situazioni. Il modo in cui parlava del Partito, il Partito Comunista Italiano, era quasi religioso, di fedeltà assoluta e l'Unità era la Verità scritta con inchiostro sulla carta.
Quando, poco più grande ma sempre ragazzino, cominciai anch'io a frequentare la sezione, mi soffermavo spesso ad ascoltarlo e a poco a poco, cominciammo a parlare e io mi appassionai ai suoi modi sempre garbati e sereni e ai suoi racconti.

La scissione di Livorno del 1921 dalla quale nascerà il Partito Comunista Italiano 
 
Lo intervistai a lungo in occasione della mostra sulla storia del partito che preparammo per la festa dell'Unità a metà degli anni Settanta e di cui ho già parlato raccontando della zà Nina.
Il compagno Salvatore Arena era l'unico superstite dei fondatori del PCI di Campobello di Licata e fu avvincente farmi raccontare la storia di quel drammatico gennaio del 1921 quando Gramsci e Bordiga, insieme a pochi altri, decisero la scissione dal Partito Socialista Italiano e fondarono il Partito Comunista d'Italia. Mi raccontò che le notizie in Sicilia e in paese erano arrivate in maniera frammentaria.
Campobello era un paese dove i fermenti politici rivoluzionari si erano manifestati fin dai fasci del 1892/1893 guidati dall'avvocato Antonino Scutieri (sia detto per inciso, una strada a questo coraggioso credo che andrebbe intitolata).
Per chi volesse saperne di più sui Fasci di Campobello vi rimando al Blog di Salvatore Lo Leggio che riporta un articolo da un inviato di stampa dell'epoca, Adolfo Rossi che descrive molto bene la situazione e si sofferma tra l'altro sulle miniere.
L'inviato de "La Tribuna" racconta da testimone oculare una cosa che oggi si stenta anche solo a immaginare: 2/3.000 persone che attendono per 10 ore fuori dal paese l'arrivo dei due dirigenti dei Fasci dei lavoratori Bosco e De Felice, che, arrivati a Campobello in piena notte furono accolti col suono della fanfara. Per leggere l'articolo di Salvatore cliccate qui.



All'ondata di moti e rivolte che scosse la Sicilia e in particolare il Palermitano e questa parte della provincia di Agrigento alla fine dell'ottocento, seguì la cruenta e sanguinosa repressione di Crispi, riberese capo del governo.
A guidare il comune di Campobello, tranne qualche breve parentesi di sindaci regolari,  furono inviati Commissari prefettizi, fino al Dicembre dell'anno 1920, quando con libere elezioni, fu eletto sindaco Diego Castellino, primo sindaco socialista di Campobello e uno dei primi della provincia di Agrigento.
Era in carica nel Gennaio del 1921 quando in tutte le sezioni del Partito Socialista Italiano si discusse della scissione dei Bordighiani.
Il partito, allora, non era un partito di massa. Era lo strumento con cui i pochi che in qualche modo intendevano le dinamiche politiche discutevano e tentavano poi di orientare le grandi masse di analfabeti e proletari che a Campobello erano in gran parte braccianti e minatori.
Gli iscritti alla sezione del Partito Socialista di Campobello nel 1921 erano 49 e tra questi c'era il giovane compagno Arena.
Si tenne dunque l'assemblea generale alla presenza di tutti gli iscritti e vi fu un'ampia discussione. Arena allora  si era fatto notare per la sua acuta intelligenza e serietà. Mi raccontò della votazione che si svolse per alzata di mano. In 48 votarono per l'adesione al Partito Comunista d'Italia e solo uno si astenne: proprio il sindaco Castellino. Il quale si giustificò con il fatto che, essendo Sindaco, era meglio in quel momento non schierarsi con i rivoluzionari.
Non servì a niente. Nel maggio di quello stesso anno, nonostante fosse stato regolarmente eletto, fu destituito dal Prefetto che nominò al suo posto un commissario.
A ricordo dell'adesione della sezione al Partito Comunista fu realizzata una robusta bandiera rossa, con la falce e il martello e con 48 stelle come il numero di quelli che avevano votato l'adesione e fondato il Partito Comunista a Campobello. Fu gelosamente e segretamente custodita nel periodo fascista e ricomparve con la liberazione nel 1943. 
Il compagno Arena, in sezione dove era poi conservata, me la mostrava con orgoglio, spiegandomene il significato che io fino ad allora avevo ignorato.
Non riesco a ricordare nè saprei a chi chiedere, se la Cooperativa L'Uguaglianza di cui fu per lungo tempo presidente il compagno Arena, fu costituita prima del fascismo o dopo. Non so se la cooperativa fosse la stessa Cooperativa di Consumo inaugurata da Bosco e De Felice durante i Fasci del 1893 e di cui si parla nell'articolo citato ma sicuramente "L'Uguaglianza" esistette fino agli anni sessanta e credo che allora fosse una cooperativa di produzione e lavoro che aveva avuto diverse centinaia di soci.
Una volta, insieme a Totò Falsone, Pilu Russu, altro glorioso compagno, mi chiese se potevo insegnare a leggere e scrivere a due operai che ne avevano bisogno. Credo che io allora frequentassi la II Liceo Classico e accettai volentieri, passando con queste 2 persone, già padri di famiglia, molti pomeriggi dell'estate del 74 in sezione e inventandomi un modo facile per poter trasmettere loro le prime basi della conoscenza. Non mi fu facile, proprio per la mia inesperienza, ma alla fine tutti e due sapevano firmare, ricopiare qualcosa e anche leggere seppur stentatamente. Fu una grandissima soddisfazione per me. E leggere nei loro occhi la riconoscenza, fu la mia ricompensa più grande. Inoltre era accresciuta la stima nei miei confronti da parte del compagno Arena e le remore per la mia provenienza familiare erano completamente sparite, almeno per lui.

A metà degli anni ottanta, Arena si era fatto avanti negli anni, credo che ne avesse intorno a novanta, ma continuava regolarmente a venire in sezione e a leggere a tutti il giornale.
Un giorno mi fermò e mi chiese: - Compagno Pierino, ma secondo te ci arriverò a vederlo, non dico il socialismo, ma almeno il giorno in cui andremo al governo? -
Non ricordo cosa risposi ma certo non ero ottimista, come anche lui del resto. Purtroppo non ci arrivò a vederci al governo.
Quella sua domanda mi venne in mente un giorno di qualche anno fa quando mi trovai a riflettere su un piccolo fatto. Vivevo, come adesso, in una frazione di Perugia dove il Presidente della circoscrizione era del mio partito, il partito nato dalla tradizione del PCI. Il sindaco della mia città era del mio partito così come il Presidente della Provincia e della Regione. In quel momento il Presidente del Consiglio, il Presidente dellla Repubblica e persino il Presidente della Commissione dell'Unione Europea erano del mio partito.
Teoricamente il mondo nuovo doveva essere a portata di mano! Teoricamente.
E così mi chiesi:" ma se ci fosse stato ancora il compagno Arena, sarebbe stato contento? "
Mi dissi che era meglio non rispondere.

giovedì 30 aprile 2020

Brevi accenni alla storia del PCI di Campobello di Licata: lo sciopero del 21 dicembre 1947 e le sue conseguenze. La ‘za Nina.


Ho curato, a metà anni 70 (credo nel 1976 o 77), insieme a mio fratello Salvatore, una mostra con foto, racconti e documenti e che esponemmo in piazza per la festa de l'Unità, sulla storia del PCI di Campobello. In quella occasione feci ricerche, interviste e studiai documenti. Credo che tutto quel lavoro oggi sia perduto, ma ho chiarissimo nella mente quasi tutto. Per questo, anche sollecitato da più parti, voglio scriverlo prima che si perda anche il ricordo orale.
In questo articolo mi concentro su un particolare periodo e su una particolare figura: la ‘za Nina Lauricella.
Cerco di raccontare fatti, ovviamente narrati dal mio punto di vista, che è quello di chi, pur non avendoli vissuti in prima persona, ha però raccolto testimonianze dirette da chi c’era e comunque inquadrandoli in un contesto più ampio di storia siciliana. Non c’è alcun intento offensivo nei confronti di nessuno, ma la storia è sempre di parte, e, anche se i fatti appartengono alla verità, la loro interpretazione fa invece parte del nostro libero giudizio.
Personalmente pur cercando di avere una certa obiettività, anche alla luce del tempo ormai passato che ha rimarginato molte ferite, necessariamente ho letto e leggo questi fatti dal punto vista della sinistra e del Partito Comunista Italiano di cui ho fatto parte da quando avevo 15 anni fino al suo scioglimento, senza intenti apologetici, anzi più che critici, ma non perdendo mai di vista la propria parte, il fine della propria politica e il proprio ideale: la giustizia e l’equità sociale, la fine dei privilegi e dello sfruttamento. Se riuscite a finire il racconto di quegli anni vi prego quindi di essere indulgenti anche se non condividete un giudizio o se trovate inesattezze nella narrazione dei fatti. Raccoglietene anzi spunto per animare un dibattito senza preconcetti e con spirito costruttivo per riappropriarci di quella storia di cui tutti noi in qualche modo siamo figli.
 

Brevi accenni alla storia del PCI di Campobello di Licata: lo sciopero del 21 dicembre 1947 e le sue conseguenze. La ‘za Nina.


Permettetemi una breve premessa generale per inquadrare il clima di quegli anni.
Il 21 dicembre 1947 è una data spartiacque per la Sicilia.
Dopo il luglio del 43 e lo sbarco degli americani, mille fermenti erano scoppiati in più direzioni, ma quello che si andava a delineare chiaramente, con Portella della Ginestra e la strage di lavoratori che andavano a festeggiare il Primo Maggio, era uno scontro frontale tra agrari, notabilato e borghesia e la grande massa di braccianti senza terra e diseredati in cerca di lavoro e di pane. Nel ’45 l’Italia si era finalmente liberata tutta dal giogo nazi-fascista e la politica nazionale dopo il viaggio di De Gasperi negli USA, la scissione socialista e la nascita del Governo De Gasperi III nel ’47 era in una fase di grande fermento. In questo governo si era rafforzata la presenza democristiana e agli Interni era approdato il democristiano e siciliano di Caltagirone Mario Scelba.
Si svolgono, per la prima volta, ad aprile le elezioni dell’Assemblea regionale siciliana. Le sinistre si presentano unite insieme al Partito d’azione nella lista del Blocco del Popolo, simbolo l’effigie di Garibaldi. Per la DC una secca sconfitta: perde 13 punti rispetto al voto del 2 giugno 1946.
L’assemblea Costituente in autunno si avviava alla fine del suo lavoro scrivendo la nostra amata Carta Costituzionale: nella primavera successiva si sarebbero svolte le elezioni politiche e l’Italia avrebbe preso la sua strada.
Sul piano internazionale Truman, presidente USA, dichiarava sostanzialmente che avrebbe contrastato con ogni mezzo l’ascesa dei comunisti in Europa. La tensione fra USA e URSS, sempre più palese, divideva il mondo e anche gli italiani.
In questo clima, nell’autunno del '47, in tutta la Sicilia la sinistra chiama i lavoratori alla lotta e, speranzosi di poter dare ad agrari e vecchia aristocrazia la spallata finale, prepara, in un clima sempre più teso, uno sciopero generale in tutta l’isola per il 21 di Dicembre.
La parola d’ordine sarà data da Pancrazio De Pasquale ad una riunione della Direzione regionale del PCI: “Faremo il ‘48”.
Anche a Campobello il clima era tesissimo. La sinistra in termini numerici era maggioritaria. La CGIL contava circa 3000 iscritti e il PCI più di 900. E i dirigenti di allora volevano dare una prova di forza che portasse a far capire che occorreva socializzare le ricchezze della terra e darla a chi la lavorava. Ovunque in Sicilia lo schieramento di forze dell’ordine messo in campo da Scelba era imponente.
La manifestazione culmina con un comizio in piazza XX Settembre che scalda ancora di più gli animi. Non si sa da chi e come, parte l’assalto al Circolo dei “Galantuomini” frequentato dalla piccola borghesia locale (non credo fosse preparata, i compagni che intervistai mi negarono tutti che avessero organizzato in anticipo l’attacco). Il Circolo, deserto, viene devastato e a quel punto la folla si dirige verso la sede della Democrazia Cristiana che però aveva organizzato una certa difesa. È così partono diversi colpi di pistola, uno dei quali ad altezza d’uomo dalla sede DC colpisce a morte un bracciante, Giovanni Vizzì.
Sarà uno dei tanti morti di quel giorno in Sicilia (tre a Canicattì e poi a Partinico e altri nel siracusano e nell’agrigentino).
La folla, impaurita si disperde e le forze dell’ordine riprendono in qualche modo il controllo.
Ma la tensione resta altissima in tutto il paese e le notizie che giungono dagli altri paesi non sono confortanti.
Scelba a questo punto attua una fortissima repressione in tutta l’isola. In particolare nei giorni successivi allo sciopero vengono eseguiti a Campobello oltre 30 arresti, se non erro 38. Tutto intero o quasi il gruppo dirigente del PCI. Ma la popolazione ancora una volta si ribella e circonda la Caserma dei Carabinieri. Per evitare guai peggiori, vengono liberati gli arrestati, denunciandoli a piede libero. Gli arresti verranno eseguiti nottetempo nei giorni successivi e portati direttamente al carcere di San Vito ad Agrigento. Gli arrestati furono 36 perchè alcuni fecero in tempo ad espatriare.
Il fallimento dello sciopero e la velleità dei dirigenti comunisti siciliani fu alla base delle sconfitte successive alle politiche del 48 e, insieme all’intervento mafioso sempre più forte a fianco degli agrari, contribuì al progressivo declino di quella forza fondamentale per le masse più deboli della popolazione e alla delusione di tante speranze.
Tra gli arrestati di Campobello che saranno poi condannati in un lungo processo a varie pene, se non erro alcuni anche a tre anni, vi era anche Sebastiano La Greca marito di Antonina Lauricella conosciuta da tutti come la ‘za Nina.
Mentre in molti altri paesi siciliani la sconfitta e la repressione avevano provocato l’assoluto indebolimento del Pci e delle Camere del Lavoro, la partenza per l’estero di parecchi dirigenti preoccupati da minacce mafiose e repressione scelbiana, a Campobello di Licata, nonostante le ferite e il lutto, la partecipazione politica rimase altissima e il sostegno e la solidarietà per le famiglie dei 36 carcerati fecero da cemento per dare continuità all’attività politica.
In questi anni la ‘za Nina dimostra notevoli capacità di dirigente diventando un po’ la madre coraggio del quartiere più popoloso, più povero e più “rosso” del paese, quello di San Giuseppe/Uliva.
Non è solo una madre che deve crescere nell’assoluta povertà ma anche con grande dignità i propri figli da sola, ma è anche l’attivista che organizza tutte le proteste e le proposte di quegli anni, è il punto riferimento per le controversie, le rimostranze del quartiere e quando c’è da schierarsi a favore della giustizia per riparare a qualche torto non esita anche a prendersela con coraggio con qualsiasi autorità a cominciare dal sindaco e dalla burocrazia.
Anche quando il marito Sebastiano e tutti gli altri scontarono finalmente la pena la ‘za Nina non perse grinta e passione politica e si era fatta notare come una delle più capaci donne comuniste in Sicilia.
Quando la intervistai per organizzare la mostra di cui ho parlato in premessa mi disse che a più riprese le avevano proposto un ruolo nel gruppo dirigente del PCI sia in federazione e addirittura nel comitato regionale.
“Ma – mi disse – io a malapena so leggere e scrivere, che ci avrei fatto con tutti quegli intellettuali? E chi ci avrebbe badato ai miei figli?”
Verso la metà degli anni ’60 organizzò un’Assemblea delle Donne Comuniste. 
Ora bisogna considerare cosa ciò significasse in Sicilia in quegli anni, sia dal punto di vista del costume che da quello politico. 
Donne che parlavano e si interessavano di politica si contavano nel palmo di una mano un po’ in ogni città. Ma la ‘za Nina riuscì a riempire all’inverosimile il “Salone delle rose” (di Giammusso) e a quel convegno partecipò una dirigente nazionale che credo si chiamasse Rita Montanari e, insieme ad una brava compagna di Canicattì di cui adesso non ricordo il nome ma della quale la ‘za Nina aveva grande stima perché come lei era “figlia del popolo”, prepararono la relazione per quel convegno con una serie di rivendicazioni per migliorare la vita delle donne e delle famiglie.
Quando io la conobbi e la intervistai la ‘za Nina si era ritirata dalla politica. Lessi nei suoi occhi la delusione e una certa animosità nei confronti del gruppo dirigente locale di quel tempo. Non mi disse niente di preciso ma seppi che nella cruenta fase di rinnovamento che il PCI a Campobello visse alla fine degli anni ’60 con uno scontro frontale tra i vecchi dirigenti e una nuova generazione di “giovani intellettuali” rispettivamente guidati da Giovanni Riggeri (che fu più volte sindaco) e Calogero Gueli, la ‘za Nina, come tanti compagni di allora, sentì grande il peso di doversi schierare tra quelli in cui aveva sempre avuto fiducia e questi nuovi giovani che, pur tra tante contraddizioni, potevano portare però ad un rinnovamento della politica e del paese. Lo scontro si concluse con una scissione: i vecchi dirigenti vennero espulsi con un lungo strascico di polemiche e di rancori culminati anche in diversi processi penali e civili.
La ‘za Nina a quel punto decise di ritirarsi e nessuno la cercò più. Fino a quando un ragazzo neanche ventenne, che a stento lei riconosceva come comunista per le sue origini familiari ma che aveva saputo che se la cavava e che le veniva descritto come un bravo compagno, non venne ad intervistarla per farsi raccontare di quando organizzava i comizi di quartiere, le riunioni di caseggiato e di come era difficile essere donna, mamma e comunista, tra velate minacce, chiacchiere e cattiverie. Eppure era rimasta fiera e integra nella coscienza. La sentivo dura e provata dagli anni ma ancora “pasionaria” e con un carisma fortissimo. Mi piace pensare che contribuii con quella intervista alla sua successiva richiesta di rifare la tessera del partito. Ma non tornò più alla politica attiva anche perché era ormai avanti negli anni.
È bello che il Consiglio Comunale abbia dedicato anni fa un’importante strada della nostra Campobello a questa sua figlia, senza la quale, anche se non lo sappiamo, non saremmo quello che siamo, non saremmo quel paese diverso da tanti altri. Se il nostro è un paese di cui andare fieri per tanti aspetti lo dobbiamo anche alle donne e agli uomini che in quei momenti difficili seppero mantenere dignità e passione per le idee facendo sempre gli interessi della loro comunità.

26 - LE POESIE DI CIANCI E RIDI - 27 - LETTERA DELLA S.I.A.E

E, in ultimo, scrive Umberto: 26 - LE POESIE DI CIANCI E RIDI E infine vi voglio regalare un momento di grande arte, un‘emozione che solo i ...