Ricordo Giuseppe Fortunato, inteso Peppi Baruni, con grande affetto e nostalgia.
Quando lo conobbi, nei primi anni '70, era un minatore della miniera Muculufa, l'ultima rimasta nel territorio di Campobello-Ravanusa.
Nel 1964 le miniere siciliane, luogo di sofferenze, sfruttamento e morte per migliaia e migliaia di uomini e ragazzini, furono regionalizzate e, da luogo di massimo sfruttamento dell'uomo sull'uomo erano in qualche modo diventate speranza di una civiltà industriale avanzata e rispettosa dei diritti fondamentali dei lavoratori. Ma la crisi dello zolfo siciliano, soppiantato da quello americano molto più conveniente da estrarre, porterà ben presto alla chiusura di tutto il settore estrattivo dello zolfo siciliano. Nel 67 l'Ente Minerario Siciliano conferì le miniere sopravvissute alla SOcietà CHIimica MIneraria SIciliana, SO.CHI.MI.SI, che ben presto diventò uno dei carrozzoni clientelari preda delle fauci del malgoverno dell'isola. Nel 1975, dopo anni di battaglie, la L.R. 42 pose la parola fine a quasi tutte le miniere della provincia di Agrigento, con forti incentivi per i lavoratori che scelsero di andare in pre-pensionamento. Chiuse anche la miniera della Muculufa, quella in cui lavorava insieme ad un settantina di campobellesi il nostro Peppe che scelse, come tantissimi altri, la messa a riposo anticipata.
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| Muculufa |
Peppe aveva vissuto tutte le fasi della vita da surfararu: il lavoro quasi da schiavo da ragazzo e poi, mano a mano, acquistando dignità di lavoratore con pieni diritti fino a diventare, per l'epoca, componente di una sorta di aristocrazia operaia almeno se la si paragonava al resto di lavoratori per lo più in nero e senza diritti.
Proveniva da una famiglia povera e credo che il padre fosse di fede democristiana. Aveva manifestato già da ragazzo la sua indole ribelle e poco incline a sopportare ingiustizie e angherie. Credo che il suo mentore, quello che lo portò alla passione politica, fu un suo collega di miniera, un compagno di Serradifalco, Totò Augello, con il quale per tutta la vita ebbe un rapporto di fraterna e profonda amicizia.
Peppe era una persona molto fiera e, per ciò che riteneva giusto, era disposto a lottare con tutte le forze, incurante di rischio e conseguenze.
Nel suo quartiere, San Giuseppe/Uliva il consenso al PCI sfiorava l'80%. Sin dal dopoguerra e fino alla fine degli anni sessanta c'erano stati punti di riferimento importanti per la gente del quartiere e per il partito: ho già parlato di la zà Nina Lauricella e di Sebastiano La Greca, mi piace qui ricordare qualche altro dei dirigenti di quel partito, dediti all'impegno politico e sociale come scelta di vita. Giovanni Tramontana, che non ho conosciuto ma di cui tutti parlavano come persona saggia e giusta, lu zi Miniddru Pellegrino, combattivo e volitivo compagno sempre in prima linea, Giuseppe Consiglio, monumento di saggezza, onestà e rigore morale, Vanni Gammino infaticabile tessitore e uomo di grande equilibrio, Luigi Martorana il macellaio bonario che sapeva tutto e non si faceva sfuggire nulla di quello che succedeva nel quartiere, Peppe Castelli, il partigiano dal cuore d'oro e dalla voce argentina. Angelo Smiraglia, fiero difensore dello spirito diella classe operaia e della sua morale. E tanti altri che sicuramente adesso non mi vengono in mente.
Peppe Barone più giovane di questi altri compagni si conquistò da subito, con il suo carattere impetuoso e schietto, un posto di rilievo nel quartiere e, a partire dai primi anni 70, ne divenne uno dei punti di riferimento più importanti e rappresentativi. Fu eletto al Consiglio Comunale per la prima volta credo nel 1968 o nel 1972 e non prese mai meno di 300 voti di preferenza nelle due sezioni elettorali del suo quartiere. Era il compagno sicuramente più bravo e più prezioso nelle attività del partito di allora: distribuire e vendere L'Unità, raccogliere le sottoscrizioni per il Primo Maggio e per la Festa de L'Unità, nel porta a porta in campagna elettorale e nel tesseramento, tanto che, un anno, quando ancora erano stretti i rapporti con l'URSS, vinse un viaggio premio in Unione Sovietica per il numero di tessere che aveva fatto.
Ho conosciuto poche persone generose e aperte come Peppe Barone.
Quando cominciai a fare le campagne elettorali, oltre che preparare iniziative, comizi, attaccare i manifesti, girare con gli altoparlanti sulle macchine e tanto altro ancora, l'impegno più importante era il contatto diretto con gli elettori, il porta a porta. Imparai subito che le esperienze più interessanti si facevano se stavi accanto a Giovanni Burgio o a Peppe Barone.
Con Giovanni Burgio, che sarebbe poi diventato mio suocero, si era di famiglia in ogni casa. Entrando in una casa, chiedeva di familiari, di amici, delle situazioni più varie. E, a parte tutte le cose che la gente ci offriva, c'erano sempre questioni da sottoporre a Giovanni che allora era segretario della Camera del Lavoro dopo essere stato segretario della sezione. Ed era anche dipendente del comune presso l'ufficio "Assistenza", come si chiamava allora. In particolare si occupava dell'assistenza alle vedove e ai bambini orfani oltre che di mille altre cose. Quindi se stavi con Giovanni facevi poche case, perchè tutti avevano documenti da mostrare, cose da farsi spiegare, domande da compilare e così via, però imparavi tantissime cose: soprattutto io imparavo, guardandolo, come si gestiva con naturalezza il rapporto con le persone e mi confrontavo da vicino con i problemi della gente.
Ma quando andavamo nel quartiere di San Giuseppe/Uliva la scelta della compagnia ricadeva su Peppe Barone. Con lui era una vera gioia. In ogni casa era come se fosse a casa sua e, a prima vista, sembrava troppo irruento e quasi spaccone, ma era il suo modo di presentarsi e la gente, la sua gente, lo conosceva bene e iniziava con lui una sorta di duello verbale, un blandirsi a vicenda volto però a ribadire i legami e la comune appartenenza. Ciò che quindi cominciava quasi sempre con il richiamo ad alta voce del padrone o della padrona di casa e con il gettare qualche battuta provocatoria e continuava alzando ancora di più la voce, sfottendosi a vicenda, si concludeva inevitabilemnte davanti ad un bicchiere di vino e con grandi risate.
Fare il giro con Peppe era davvero uno spasso e anche un'altra scuola di rapporti umani.
Era l'estate del 1976. Si veniva da una campagna elettorale per il voto politico anticipato, combattutissima e carica di speranze: l'Italia aveva compiuto una svolta significativa. Il PCI aveva raggiunto a livello nazionale il suo punto massimo con il 34,4% a meno di 2 punti dalla DC che non era arretrata moltissimo solo perchè aveva praticamente prosciugato i suoi alleati di centro e la destra estrema con il richiamo al pericolo rosso. Ma un governo senza coinvolgere il PCI sarebbe stato, per la prima volta nella storia repubblicana, molto problematico,
In Sicilia c'erano anche state le elezioni Regionali che avevano segnato una grande avanzata per noi, soprattutto in provincia di Agrigento dove eravamo riusciti ad eleggere 4 deputati regionali, al pari della DC. Un risultato davvero eccezionale.
Il nostro compagno, amico e sindaco del paese, Lillo Gueli, era stato eletto Deputato Regionale, con un meritato successo politico e personale.
Eravamo quindi contenti ma anche stanchi. Lillo Gueli era a Palermo alle prese con l'insediamento dell'ARS eppure si doveva in qualche modo preparare la Festa de L'Unità, una festa che fosse all'altezza della situazione, quindi GRANDIOSA.
L'anno prima era stato l'anno della gigantografia, degli addobbi della piazza e delle mostre. Quell'anno occorreva fare un ulteriore salto. Lo stand gastronomico (chiamavamo così il nostro primo esperimento di ristorante della festa e del quale parlerò in un'altra occasione) e soprattutto il "cantante", un nome di richiamo che potesse classificare la nostra festa come festa "per tutti" e che, per partecipazione e movimento, non avesse da invidiare nulla alla festa paesana per eccellenza, quella della Madonna.
Io in quel periodo lavoravo in Federazione ad Agrigento e mi era capitato di collaborare all'organizzazione della Festa Provinciale e di altre importanti Feste de L'Unità in provincia. Avevo quindi conosciuto degli impresari che erano per noi punti di riferimento. In particolare avevo un buon rapporto con due di essi: Egidio Terrana, che trattava spettacoli e cantanti, soprattutto di intrattenimento e di musica leggera e Walter Amorelli che era un compagno di Enna e che invece veicolava artisti meno noti ma con spettacoli impegnati e alternativi.
La nostra festa si svolgeva sempre a Settembre, dopo la Madonna, ma se volevamo qualcuno di importante dovevamo pensarci prima, così in un torrido mese di Luglio cercai Egidio Terrana e concordammo un appuntamento a Campobello. A quell'incontro eravamo presenti io, Peppe Fortunato, credo Totò Caruso e non ricordo chi altri ma eravamo in pochissimi.
Le proposte di Egidio erano svariate e quasi tutte impossibili per noi. Ce n'era una che ci tentava, ma la cifra per noi era quasi proibitiva all'epoca. La festa infatti si finanziava con la raccolta di contributi porta a porta e con le sottoscrizioni dei compagni e degli emigrati che tornavano. E la raccolta era davvero un lavoro estenuante e spesso mortificante. Ma non per Peppe che non si fermava davanti a nessuno, e riusciva a cavare sangue anche da un sasso...
Dopo una snervante trattativa con Egidio si arrivò ad un punto finale: per avere il cantente di grido dovevamo dare un milione di lire direttamente all'artista e 50.000 lire a lui.
Il cantante era Bobby Solo.
Il fatto era che bisognava prendere una decisione quel giorno stesso perchè gli era rimasta solo una data libera, e il prezzo era molto buono proprio perchè era un Lunedì.
Assumersi una responsabilità così grande era davvero una cosa seria e ci guardammo in faccia io e Peppe.
Barone, ad un certo punto, come era suo solito, gettò il cappello oltre l'ostacolo e battendo con un pugno sul tavolo disse "FACCIAMOLO!!! Ci penso io a raccoglierli!"
E così firmammo quel contratto io e lui. E da quel momento, fare quella festa, così importante, divenne un punto d'onore.
Ricevemmo molte critiche per questa "sbruffonata" che avevamo fatto io e Barone: ci circondava lo scetticismo più totale dei compagni e tutti prendevano le distanza dal nostro inevitabile fallimento.
Passai tutti i pomeriggi di quell'estate con Peppe a girare per il paese per la raccolta di contributi e sottoscrizioni. Non si fermava di fronte a niente, era un vero mastino. Ma la gente gli voleva bene anche per questo.
Appena raggiungemmo il traguardo mi disse: "questi sono i soldi per Bobby Solo, per tutto il resto che ci pensino gli altri compagni".
Quell'anno la festa fu un successo inaudito e continuò per diversi anni, caratterizzandosi per qualità, innovazione e anche con presenze importanti. Peppe era il pilastro fondamentale per la raccolta e, in generale, quando c'era bisogno di contatto diretto con le persone.
Aveva le sue idee e le manteneva a costo di pagarne conseguenze personali e politiche. Non era un compagno "accomodante" e dal facile compromesso, ma di lui ti potevi fidare ciecamente ed era leale e coerente. Uno dei ricordi più forti che ho è proprio quello di quando, alla fine del concerto di Bobby Solo, lo volle portare allo stand dove si preparavano la salsiccia e le "quaglie" alla brace. Gli occhi pieni di fiera soddisfazione volevano dire a tutti i compagni che con la forza di volontà si ottiene qualunque risultato.
Quando mi trasferii in Umbria è stato uno dei pochi compagni con cui ho mantenuto un rapporto. Ci sentivamo di tanto in tanto e lui aveva piacere di mandarmi i melograni della sua terra che erano davvero squisiti.
Non smise mai il suo impegno politico e diventò, nelle varie vicende di quello che seguì al PCI, punto di riferimento per gli esponenti più in vista di quella provincia, da Angelo Lauricella ad Angelo Capodicasa e mantenendo con tutti rapporti leali sempre al servizio della sua gente.








