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mercoledì 6 maggio 2020

L'agghiacciu


Era Estate

la "grattata"
 

Con l’arrivo dell’estate, i lunghi pomeriggi oziosi. Finito il pranzo sono già in strada e, come ogni giorno, si ripete la stessa scena: una via dritta e lunga, luce e ombra come scolpite, nettissime, completamente deserta. L’aria ribolle.
Io aspetto.
Aspetto che qualcuno dei miei amici si decida e venga giù a giocare al pallone, ma nessuno verrà: stanno in campagna, al negozio, qualcuno al mare.
Ci incontreremo di sicuro solo a sera e saremo in tanti e faremo i giochi più belli.
Il pomeriggio intanto non passa mai.
Sono seduto su uno scalino. All’ombra, un’ombra nera come la pece che contrasta con la luce accecante. Silenzio. Solo qualche rumore lontano, da dentro le case.
Ecco adesso un lontano cigolio. Si avvicina sempre più, a tratti regolare, dopo un po’ si ferma.
Di tanto in tanto una voce urla qualcosa che io non capisco.
Ma so benissimo chi è e cosa fa.
Aspetto. Il cigolio è ora più vicino e la voce si distingue perfettamente ma non le parole! Quelle non le ho mai capite. Ma che importanza ha?
Sappiamo tutti chi è e cosa fa.
Finalmente da una stradina laterale eccolo che appare. Torso nudo, una specie di pantaloncino che in realtà è ciò che rimane di pantaloni strappati e consunti, scalzo, arso dal sole.
Si ferma, si asciuga il sudore e grida la sua cantilena incomprensibile.
Porta una sgangherata carriola di legno. Le assi che la compongono sono sorrette da due stanghe che terminano con una ruota di ferro arrugginito che non la smette di cigolare. Le assi sono ricoperte da una lamina di zinco che brilla argentea al sole.
Sulla carriola un unico, bianchissimo, enorme blocco di ghiaccio gocciolante.
Gioacchino fa la grattachecca, la “grattata" o l'"agghiacciu” come la chiamiamo noi.
Si avvicina sempre più. Come d’incanto si aprono diverse porte e qualcuno esce a prendersi un po’ di quella goduria.
Finalmente è vicino, mi alzo con in mano le dieci lire che da tempo tormento e che sono sudate come le mie mani.
Gioacchino ha uno strumento, un oggetto metallico, con il quale grattugia il ghiaccio. A me bambino sembra fantastico e vorrei tanto averne uno e vedere come funziona quella cosa che passi sul ghiaccio e lo trasforma in granita chiusa nel suo contenitore.
E’ qui davanti a me e lo osservo attentamente. Tutte le sue mosse mi sono note, sempre uguali: una lunga grattata, un’altra e poi una breve. Afferra un foglio di carta paglierina tra quelli che ha appesi ad un chiodo nella carriola. Con un gesto rapido e secco lui fa scattare la grattugia che si apre e mostra il suo candidissimo contenuto che Gioacchino sbatte nella carta e mi porge.
A questo punto domanda: “Russu o abbilù? “
Scelgo, non so bene in base a che cosa e lui tira fuori da una tasca una bottiglietta rossa o blu e versa qualche goccia del suo contenuto sulla mia granita.
Gli consegno le 10 lire e comincio a gustarmi quella delizia. Fresca e gocciolante.
Nel pomeriggio d’estate lungo e ozioso, quello è il momento da vivere più intensamente: passerà subito il fresco leccato direttamente sulla carta, quel cambiar continuamente la mano che regge la granita, quel continuo gocciolio, quella fretta di finire prima che tutto si sciolga.
Passerà in fretta, poi di nuovo la calda solitudine, la luce accecante, i colori vivissimi. Poi di nuovo l’estate della mia infanzia.
Immagino adesso, più di cinquant'anni dopo, Gioacchino, la testa nuda di capelli, le guance scavate e baffi curati e canuti.

26 - LE POESIE DI CIANCI E RIDI - 27 - LETTERA DELLA S.I.A.E

E, in ultimo, scrive Umberto: 26 - LE POESIE DI CIANCI E RIDI E infine vi voglio regalare un momento di grande arte, un‘emozione che solo i ...