Era Estate
Con l’arrivo dell’estate, i lunghi pomeriggi oziosi.
Finito il pranzo sono già in strada e, come ogni giorno, si ripete la stessa
scena: una via dritta e lunga, luce e ombra come scolpite, nettissime, completamente
deserta. L’aria ribolle.
Io aspetto.
Aspetto che qualcuno dei miei amici si decida e venga giù a
giocare al pallone, ma nessuno verrà: stanno in campagna, al
negozio, qualcuno al mare.
Ci incontreremo di sicuro solo a sera e saremo in tanti e
faremo i giochi più belli.
Il pomeriggio intanto non passa mai.
Sono seduto su uno scalino. All’ombra, un’ombra nera come la
pece che contrasta con la luce accecante. Silenzio. Solo qualche rumore
lontano, da dentro le case.
Ecco adesso un lontano cigolio. Si avvicina sempre più, a
tratti regolare, dopo un po’ si ferma.
Di tanto in tanto una voce urla qualcosa che io non capisco.
Ma so benissimo chi è e cosa fa.
Aspetto. Il cigolio è ora più vicino e la voce si distingue
perfettamente ma non le parole! Quelle non le ho mai capite. Ma che importanza
ha?
Sappiamo tutti chi è e cosa fa.
Finalmente da una stradina laterale eccolo che appare. Torso
nudo, una specie di pantaloncino che in realtà è ciò che rimane di pantaloni
strappati e consunti, scalzo, arso dal sole.
Si ferma, si asciuga il sudore e grida la sua cantilena
incomprensibile.
Porta una sgangherata carriola di legno. Le assi che la
compongono sono sorrette da due stanghe che terminano con una ruota di ferro
arrugginito che non la smette di cigolare. Le assi sono ricoperte da una lamina
di zinco che brilla argentea al sole.
Sulla carriola un unico, bianchissimo, enorme blocco di
ghiaccio gocciolante.
Gioacchino fa la grattachecca,
la “grattata" o l'"agghiacciu” come la chiamiamo noi.
Si avvicina sempre più. Come d’incanto si aprono diverse
porte e qualcuno esce a prendersi un po’ di quella goduria.
Finalmente è vicino, mi alzo con in mano le dieci lire che
da tempo tormento e che sono sudate come le mie mani.
Gioacchino ha uno strumento, un oggetto metallico, con il
quale grattugia il ghiaccio. A me
bambino sembra fantastico e vorrei tanto averne uno e vedere come funziona
quella cosa che passi sul ghiaccio e lo trasforma in granita chiusa nel suo
contenitore.
E’ qui davanti a me e lo osservo attentamente. Tutte le sue
mosse mi sono note, sempre uguali: una lunga grattata, un’altra e poi una
breve. Afferra un foglio di carta paglierina tra quelli che ha appesi ad un
chiodo nella carriola. Con un gesto rapido e secco lui fa scattare la grattugia
che si apre e mostra il suo candidissimo contenuto che Gioacchino sbatte nella
carta e mi porge.
A questo punto domanda: “Russu
o abbilù? “
Scelgo, non so bene in base a che cosa e lui tira fuori da una tasca una bottiglietta
rossa o blu e versa qualche goccia del suo contenuto sulla mia granita.
Gli consegno le 10 lire e comincio a gustarmi quella
delizia. Fresca e gocciolante.
Nel pomeriggio d’estate lungo e ozioso, quello è il momento
da vivere più intensamente: passerà subito il fresco leccato direttamente sulla
carta, quel cambiar continuamente la mano che regge la granita, quel continuo
gocciolio, quella fretta di finire prima che tutto si sciolga.
Passerà in fretta, poi di nuovo la calda solitudine, la luce
accecante, i colori vivissimi. Poi di nuovo l’estate della mia infanzia.
Immagino adesso, più di cinquant'anni dopo, Gioacchino, la
testa nuda di capelli, le guance scavate e baffi curati e canuti.

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