sabato 6 giugno 2020

Il bacio alla Benemerita


1978

Un anno per me travagliato che veniva dopo un anno molto travagliato. Ero entrato in crisi con la militanza a tempo pieno. Mi sembrava un destino segnato e io non volevo dipendere da altri.
Soprattutto, avevo paura che le mie idee e le mie posizioni potessero un giorno dipendere da altri e da altro che non fosse il mio libero pensiero. E non perché subivo pressioni di alcun tipo, anzi. Ero in un gruppo dirigente affiatato, giovane, che non aveva ancora per nulla esaurito la sua carica propulsiva, compagni con cui stavo bene e con i quali era un piacere discutere. Avevo imparato molto nei tre anni di vita da rivoluzionario di professione ma in quel momento, non so bene perché, mi sentivo oppresso da quella vita. Come se stessi perdendo la mia giovinezza. 
Non ero mai stato molto bene con quasi nessuno dei miei coetanei, a parte quelli, pochi, impegnati politicamente e i pochi veri amici e adesso non stavo completamente bene con i compagni che avevano una decina di anni più di me. Mi mancava un po' di spensieratezza senza la quale è difficile vivere bene i tuoi vent'anni.
Anche i miei amici di infanzia cui ero più legato, in quell’anno erano meno presenti: Carmelo faceva il militare, Lillo era in Germania o forse era impegnato molto con il lavoro, Peppe era anche lui all’estero, Gioacchino e diversi altri erano all'università in altre città e molti di loro non sarebbero più tornati.


Carmelo

Anche sul piano dei sentimenti era stato all’inizio un anno balordo. Un rapporto che credevo ormai consolidato, per mia colpa, andò invece in frantumi lasciandomi tanti rimorsi e rimpianti.
Sul piano politico era tutto una contraddizione: avevamo avuto, nel 1976, una grande avanzata, il massimo storico dei voti alle elezioni politiche. Eravamo determinanti per la formazione di qualunque governo. Eppure, per rompere finalmente la “conventio ad excludendum” che aveva costretto fuori dal governo la grande forza popolare e democratica che era il PCI, avevamo accettato di sostenere dall’esterno, con l’astensione sulla fiducia, un governo monocolore democristiano zeppo di personaggi, a cominciare dal presidente del Consiglio Andreotti, che a noi comunisti erano abbastanza indigesti e davano abbastanza problemi di coscienza: Forlani, Gullotti, Ruffini, Bisaglia e altri emblemi del clientelismo democristiano. Quel governo, è vero, mise in agenda la riforma sanitaria con la nascita del Servizio Sanitario Nazionale (che sarebbe poi approvata nel 78 e che porta il nome di Tina Anselmi, e l’impronta di tutta la sinistra) ma ben poche altre cose.
Ci accorgemmo abbastanza presto che, tra strategia logorante di Andreotti e resistenze e complotti di P2, Gladio e quant’altro, fare passi avanti sulla via delle riforme e sul piano dello sviluppo finalizzato al lavoro, sarebbe stato difficile. Ed era molto faticoso tentare di difendere quel governo presso le nostre sezioni e con i nostri compagni.
Inoltre erano gli anni del movimento di “Autonomia”, quelli della P38, del terrorismo delle BR e di quello mai sopito e sempre distribuito ad arte dei fascisti. E gli attacchi da sinistra facevano anche più male: da una parte severi con il PCI e con il sindacato e dall’altra indulgenti con “i compagni che sbagliano” delle BR e con coloro che li fiancheggiavano.
Tutto era in movimento e in discussione. Insomma c’era di che essere in crisi per chi, come me, a stento riusciva a trovare punti fermi. Io li trovavo soprattutto in Berlinguer e nella mia sezione, nella sua storia e nel suo presente, nella sua comunità ricca e stimolante.
Un po’ per tutto questo sentivo di dover porre fine al mio ruolo in FGCI e in Federazione, quanto meno alla presenza a tempo pieno.
Il partito, a fine inverno,  pose fine all’esperienza del governo dell’astensione e chiese di essere corresponsabilizzato a pieno nel suo ruolo di governo. Caduto Andreotti cominciò la lunga gestazione del nuovo governo che avrebbe poi avuto la fiducia del PCI. Una fase gestita dalla grande lungimiranza e responsabilità di due statisti: Aldo Moro ed Enrico Berlinguer. Purtroppo le Brigate Rosse si incaricarono di dare un colpo mortale a qualsiasi speranza di riforma e, consapevolmente o inconsapevolmente importa poco, con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro favorirono il ritorno lento ma inesorabile della destra e l'inizio del progressivo alterarsi e disfarsi della sinistra di governo.
Da un punto di vista personale, con il ritorno in paese, mi ero dedicato anima e corpo alle elezioni comunali di primavera che avevamo immeritatamente perso, alla creazione di Radio Città Futura e alla Festa de L’Unità, tutte cose di cui racconterò in altre storie. Avevo però trovato il grande amore: la mia Rita, compagna di vita e madre dei miei figli.

Silvio Benedetto

Lillo e Lina Gueli dopo una manifestazione a Roma

Lillo, Silvio e il teatro

Cominciai in quell’inverno a studiare un po’ più seriamente e mi trasferii a Palermo.
Frequentavo la facoltà di giurisprudenza e, insieme al mio amico Totò Fontana, avevo affittato un bilocale a pianoterra in via Monfenera, dalle parti di corso Tukory, vicino al Ballarò.
Andavo spesso a fare visita a Lillo Gueli, mio mentore nel partito, in quel momento Deputato Regionale, dopo essere stato per lunghi anni Sindaco e leader del partito al mio paese. Frequentavo così, andando a trovare Lillo, il gruppo del PCI all’ARS dove avevo tantissimo da imparare, osservare e cercare di capire: tra stesura di disegni di legge, sedute di commissione, lavori in aula o visite agli assessorati. La sera capitava qualche volta di cenare insieme a Lillo, quasi sempre al suo Hotel, il Centrale ai Quattro Canti.
Avevo dato un esame, Diritto Parlamentare, con il prof. Sergio Mattarella, oggi nostro caro Presidente della Repubblica, e avevo preso un bel trenta e lode. Per festeggiare mi andava per cena qualcosa di più serio che non il solito fast food de noantri e cioè i cardi, le patate lesse e le uova sode che trovavo già pronti al Ballarò o, andando più sul pesante, a meusa, le panelle, gli arancini, le frittole o la stigghiola. Quella sera mi andava una cena più formale, così dopo una lezione di Filosofia del diritto a Piazza Bologni, decisi di andare da Lillo al Centrale che si trovava davvero a pochi passi.
Lui mi raccontò di aver avuto in quei giorni un incontro con un artista che faceva Teatro alternativo nel vicolo Marotta accanto all’Hotel, un italo argentino con il quale conversare era davvero stimolante. Mi invitò ad andare allo spettacolo di quella sera che lui aveva già visto diverse volte ma che gli era piaciuto molto. Era, se non ricordo male, un adattamento di un’opera di Michel de Ghelderode, l’Escurial.
La compagnia si chiamava il Teatro del Vicolo e il suo teatro alternativo era una novità per me: il posto non era un vero teatro ma una serie di locali diroccati e fatiscenti proprio dell’Hotel, dove si faceva fatica ad entrare; opera e autore mi erano assolutamente sconosciuti e anche un po’ ostici ma ne sentivo tuttavia il fascino; gli artisti erano davvero bravi, soprattutto il capocomico, Silvio Benedetto e la prima attrice, Alida Giardina. Insomma persone davvero interessanti e con le quali Lillo cominciava a stringere una vera amicizia che gli sarebbe durata poi tutta la vita.
Le scene e anche i locali erano arricchite di grandi e anche grandissimi dipinti, davvero di straordinaria fattura che non si poteva fare a meno di ammirare. Ritratti di donna e anche maschere e armature greche classiche. Quello che ricordo dell’opera, che riecheggia nella testa, ma che non sono mai riuscito a ritrovare nei testi originali dell’autore, è una frase pronunciata con enfasi e grande teatralità da Silvio: “Ammazzate i cani, ammazzate i cani e la loro illusione”.
È una frase che mi colpisce e incuriosisce ancora.
Silvio dunque oltre a essere il capocomico di quel teatro e un finissimo intellettuale, era un pittore, anzi un importante pittore e muralista, con alle spalle un curriculum di gran livello in Italia e in America Latina, dall’Argentina al Messico.
Lillo era stato davvero colpito dal fascino, dalle figure, dai colori e dal tormento delle opere di quell’artista. Rimasi anch’io colpito dal talento e dalla maestria di Silvio Benedetto. Era una persona colta ed eclettica e quell’accento sudamericano gli dava un tocco di esoticità che ti prendeva subito. Era allo stesso tempo cordiale e affabile, per niente formale e quando seppe del mio trenta all’esame volle farmi omaggio di una serigrafia che ancora oggi conservo.
Lillo, a un certo punto della cordiale discussione notturna, gli propose di fare una mostra dei suoi dipinti a Campobello.
Silvio che era un artista assolutamente geniale e impegnato, non estraneo a grandi opere e installazioni anche provocatorie, colse l’opportunità di conoscere un territorio più da vicino, attraverso il contatto con gente del luogo che gli facesse da guida. Un po’ come gli era capitato nelle Cinque Terre in Liguria dove aveva vissuto una importante esperienza artistica, culturale ed umana.
Si organizzò così una bella mostra al mio paese per tutto il periodo delle feste di Natale e anche oltre. Silvio portò molte opere, oli e disegni e soprattutto gli studi e la grande opera dedicata alla Tragedia Greca.
La mostra si rivelò un successo sotto tutti i punti di vista e rappresentò un punto di svolta nella vita culturale nel nostro paese. Durante e subito dopo la mostra, Benedetto tenne conferenze, corsi e, se non ricordo male, fece anche qualche rappresentazione teatrale.
All’allestimento e alla custodia della mostra, come volontari, 24 ore al giorno per tutto il periodo si dedicarono i miei fraterni amici Lillo Calà e Carmelo D’Asaro.
Carmelo era appena tornato dal servizio militare ed era un ragazzo generoso, sempre pronto a darsi da fare per la comunità, per l’amicizia, per gli ideali. Aveva, ed ancora ha, una voce straordinaria e un talento eccezionale nel cantare la tradizione siciliana. Credo sia stato anche per questa sua naturale teatralità che il Maestro Benedetto gli propose a più riprese di far parte della sua compagnia teatrale o quantomeno di andare a trovarlo a Roma, dove la compagnia si sarebbe trasferita da lì a poco, anche solo per fare qualche esperienza.

Carmelo

Lillo Calà

La 126 rossa

Con questa mia prima automobile avevo già percorso centinaia di migliaia di chilometri in giro per la provincia di Agrigento e per la Sicilia a fare riunioni, iniziative, a consegnare materiale di propaganda, tessere o L’Unità.
Quando nel 1975 ero stato chiamato in Federazione a fare il funzionario, appena eletto al Consiglio provinciale, ero diciottenne e senza patente. Rimasi per circa un anno un peso per gli altri compagni che dovevano in qualche modo accompagnarmi o schiavo di treni e bus e auto di noleggio, scomodi, impossibili o costosi, ma non poteva continuare.
Così, con il decisivo aiuto di mio zio Umberto, presi la patente (anche se non sapevo affatto guidare) e quindi mi serviva la macchina. Ovviamente non potevo permettermi un’auto nuova e cercai qualcosa di usato ma non trovai nulla di affidabile. Lo “stipendio” da funzionario era una miseria e non si riusciva quasi mai a prenderlo per intero. Se non ricordo male il primo stipendio era stato sulla carta di 60 o 70 mila lire. Credo che all’epoca un insegnante guadagnasse intorno alle 250 mila lire, per dare la proporzione. Ma nonostante fosse così poco non lo prendevamo quasi mai, almeno noi giovinotti senza figli a carico ed eravamo tutti a credito con il partito. Però il partito passava la benzina, almeno quella non si doveva anticipare.
Una volta presa la patente il problema dell’automobile era diventato pressante. Il rapporto con mio padre era stato molto conflittuale fin da quando, quindicenne, avevo cominciato a frequentare la FGCI. Le litigate con conseguenti fughe da casa per andare a dormire in sacco a pelo al circolo o a Gela da mio fratello Salvatore, erano state, durante la mia adolescenza, davvero tante. Pagavo duramente il mio essere comunista come quel pazzo di mio fratello ma questo anziché deprimermi mi esaltava, rendeva quasi eroica la mia militanza. Io per il mio ideale dovevo rinunciare ad una vita comoda e agiata e alla pace in famiglia.
Il bello è che invece molti compagni mi criticavano perché ero un piccolo borghese figlio di papà.
Tornando all’automobile era impensabile quindi chiedere a mio padre di comprarmi una macchina. “Comprare una macchina ai Comunisti? MAI!” Avrebbe detto. “Ti sei scelto questa vita, adesso pagane le conseguenze!”
In effetti dopo l’elezione al Consiglio Provinciale l’atteggiamento di papà si era fatto, come dire, più rispettoso. Mi aveva a lungo ammonito, quando mi candidai, sul fatto che volessero sfruttarmi, utilizzare il mio nome, che si sarebbero fatti gioco di me perché ero ingenuo e che avrei fatto una pessima figura.
Quando, con sua somma sorpresa, fui invece eletto (io credo che alla fine il voto me lo abbia dato, ma non me lo confessò mai), cominciò a cambiare il suo atteggiamento e a pensare che in fondo non fossi così ingenuo, nonostante i miei diciotto anni. Però il suo timore fondamentale era che mi legassi mani e piedi a quel partito, che diventassi prigioniero dei meccanismi della politica e finissi per abbandonare gli studi e diventare un “pupo” al servizio di politicanti furboni.
Per cui, cinicamente, puntai su questo suo timore e feci trapelare, tramite mia mamma, che il partito mi avrebbe comprato la macchina, ma che avrei dovuto firmare tante cambiali per molti anni.
A questo punto mio padre, terrorizzato dalla prospettiva di suo figlio “imprigionato” dai comunisti e che si sarebbe sentito moralmente riconoscente a costoro, un giorno mi disse: “Ho parlato con tuo cugino Lillo (l’esperto di famiglia di compravendita di automobili e di mille altre cose). Domani vai a prendere la tua macchina a Caltanissetta, una Fiat 126. Così non sarai prigioniero di quelli lì e potrai andartene quando vorrai. Ho dato l’assegno a Lillo ed è tutto a posto.”
Lo ringraziai felice e l’indomani in compagnia del mio caro cugino Lillo andai a Caltanissetta. Non so se fosse stato un caso o se mio cugino volle compiacermi ma la “mia” macchina era di un bel colore rosso, anche se lui era delle stesse idee politiche di mio padre.



Ovviamente, nonostante avessi la patente, non avevo mai guidato se non per quella specie di esame di guida, abbastanza ridicolo, che mi aveva fatto fare un amico di mio zio Umberto e quindi fu Lillo a guidare per portare la macchina in paese. A poco a poco, comunque imparai a guidare.
Quell’auto però aveva un difetto. Me ne accorsi solo una sera di pioggia forte: la guarnizione del parabrezza di davanti aveva una perdita e qualche goccia di acqua penetrava dall’angolo in basso a destra del guidatore.
Visto che i giorni di pioggia da noi non erano tanti, non era un difetto poi così importante e, preso dalla frenetica vita di funzionario di partito, non me ne curai anche se, andando avanti, la perdita si era fatta più consistente con conseguente infiltrazione di acqua sempre più copiosa in relazione all’intensità della pioggia.

Carmelo, il viaggio e la tempesta

Carmelo, viste le insistenze di Silvio e curioso di cimentarsi in una nuova avventura, aveva alla fine deciso di andare a Roma per rispondere all’invito e vedere da vicino quel tipo di vita.
Mi chiese se avevo voglia di accompagnarlo. Non me lo feci dire due volte.
Credo che in quei giorni dovessi dare un esame a Palermo e così Carmelo passò qualche giorno da me in quella splendida e amata città per poi partire insieme per Roma con la mia 126 rossa.
Decidemmo di partire di sera per viaggiare di notte quando c’era meno traffico.
A Palermo pioveva, una pioggia non esagerata ma non ci facemmo caso e partimmo animati di entusiasmo per la nuova avventura.


Il tempo non volgeva al bello, tutt’altro. Era una sera di luna piena e quando questa riusciva a fare capolino si notavano i cupi nuvoloni pieni di pioggia che non aspettavano altro che liberarsi dal loro carico.
Uno dei tratti di strada peggiori e per noi poco conosciuto, era quello tra Cefalù e Messina. Avrebbe dovuto esserci da una decina di anni l’autostrada, la Palermo Messina, ma si sa come vanno queste cose da noi. Quindi da Cefalù a credo Barcellona Pozzo di Gotto c’era solo la statale, lungo il mare, stretta e, quella notte, davvero lugubre, con ampi tratti a strapiombo sul mare.
La pioggia si era intensificata e adesso solo i lampi illuminavano il cielo. Ogni tanto ondate ci arrivavano dal mare a compensare il ben di Dio che arrivava dall’alto. Ma la cosa più bella era che la perdita di acqua dal parabrezza si era trasformata in torrente. Avevamo qualche fazzoletto, panno e non so cos’altro che Carmelo metteva all’angolo in basso destro per cercare di frenare la cascata. Ma si riempiva nel giro di qualche secondo e, per strizzarlo dovevi aprire il finestrino dal quale entrava molta più acqua di quella che si riusciva a buttar fuori. A un certo punto, con la macchina semi allagata, siamo scoppiati a ridere da non fermarci più e abbiamo deciso di non strizzare più niente lasciando che l’acqua che entrava trovasse da sola la strada per uscire.
Arrivati miracolosamente a Messina e traghettando con qualche moto del mare un po’ esagerato, finalmente il tempo si calmò un po’ e la poggia, che ci accompagnò per quasi tutto il viaggio, si fece però più sopportabile e si faceva in tempo a strizzare i panni ed evitare che l’abitacolo della piccola utilitaria si allagasse. E poi avevamo le mie cassette di Tenco, Gaber che cantavamo o Lou Reed e Gato Barbieri che ci limitavamo ad ascoltare a farci compagnia e tenerci svegli.
Arrivammo a Roma e fummo accolti con grande affetto e cordialità da Silvio e Alida e dalla piccola comunità che viveva e frequentava l’appartamento di via degli Scialoja, a due passi da Piazzale Flaminio e da Piazza del Popolo.
Ci ambientammo subito e quella sera stessa fummo invitati ad andare nel teatro dove la compagnia di Silvio, il Teatro Autonomo di Roma, si esibiva e che credo si chiamasse il Teatro in Trastevere. Era infatti un piccolo locale quasi accanto al carcere di Regina Coeli, lungo il Tevere.
Quando ci andammo la prima sera per vedere lo spettacolo, come semplici spettatori, ci trovammo in un piccolo ingresso, abbastanza buio dove si faceva il biglietto per entrare e da dove, uno ad uno, si accedeva in sala. Ormai ero abituato alle stranezze delle cose che faceva Silvio e non mi chiesi neanche il motivo per cui si dovesse entrare uno ad uno e a distanza di un paio di minuti l’uno dall’altro. 
Quando fu il mio turno ed entrai, mi trovai in una piccola saletta buia dove si trovava distesa una donna completamente nuda. Era Alida, la partner del tempo di Silvio, l’attrice che avevo ammirato al teatro del Vicolo a Palermo e a Campobello dove aveva magistralmente interpretato il monologo La Donna Spezzata di Simone de Beauvoir. Rimasi molto imbarazzato, perché la conoscevo e avevamo avuto molte occasioni di conversare e intrattenerci e, inoltre, ero ospite nella casa dove lei viveva anche se non l’avevo ancora incontrata quel giorno. Ritenendo che la sua presenza lì fosse legata alla rappresentazione teatrale, con molto imbarazzo la abbracciai delicatamente e la salutai, proseguendo il cammino verso la sala.
Qui trovai alcuni spettatori seduti che guardavano uno schermo televisivo dove si proiettava quel che accadeva nella saletta dove si trovava Alida nuda, a spiarne le reazioni. Mi imbarazzai ancor di più pensando di aver fatto una figura barbina e vidi così entrare anche Carmelo che si comportò più o meno come me. 


Ritratto di Alida
 
Non ricordo altro di quella sera né dei giorni successivi, se non il clima cordiale e amichevole che si era installato con tutti ma anche il senso di sregolatezza dei ritmi di vita. Silvio stava progettando di iniziare da lì a poco il suo Teatro in appartamento, una nuova provocatoria forma di spettacolo e voleva coinvolgere anche Carmelo. Credo anche che Carmelo fu impegnato abbastanza presto nell’attività teatrale di Silvio e so che per lui trascorrere diversi mesi a Roma in quella compagnia, fu una bellissima esperienza.
Dopo qualche giorno però per me era venuto il momento di rientrare. Però volevo fare una sorpresa a mio fratello Salvatore che si era da poco trasferito a Bastia Umbra in provincia di Perugia e che io avevo avuto modo, pochi mesi prima, di aiutare nei vari traslochi. Proposi a Carmelo se volesse farmi compagnia in questa escursione umbra e fu lieto di accompagnarmi. Così un mattino partimmo per Bastia.

Quei loschi figuri

La vita notturna e un po’ bohemienne che avevamo condotto in quei pochi giorni a Roma, insieme ai nostri venti anni, al vestirci trasandati e portare capelli lunghi e grandi occhiaie, non conferiva al nostro aspetto esteriore proprio il massimo di …gradevolezza. 
Ma chi se ne fregava, andavamo da mio fratello, mica era una visita formale!
Da qualche settimana era stato rapito Aldo Moro e l’Italia era praticamente in stato d’assedio. Ovunque posti di blocco, tutte le forze dell’ordine mobilitate insieme ad esercito e altre forze armate.
Quando arrivammo a Bastia, ad un incrocio, ebbi una esitazione se andare a destra o a sinistra. Infine, dopo una quasi ardita manovra, imboccai la direzione giusta e mi diressi con sicurezza verso la casa di Salvatore che si trovava sulla via Roma.



Questa esitazione, con conseguente manovra correttiva, aveva però attirato l’attenzione di una pattuglia di Carabinieri, appostata poco lontano e della quale non ci eravamo neanche accorti.
Vedendo due giovani in divisa da fricchettoni di sinistra, capelli lunghi e aspetto trasandato, in macchina rossa, chiaramente non del posto, insospettiti, in quel clima di caccia al terrorista, ci seguirono fino a quando non parcheggiammo nel piccolo piazzale davanti l’abitazione di Salvatore.
Appena scendemmo dall’auto un carabiniere ci puntava un mitra e un altro esclamava:
– Documenti! –
Un po’ sorpreso e impacciato cercai la mia patente e gliela consegnai. Carmelo fece lo stesso. Piovigginava, ma non ci facemmo caso. Doveva essere curiosa però la scena di questi due loschi figuri come noi dovevamo sembrare, tenuti a bada da due giovani carabinieri.
– Cosa fate qui? Come mai siete venuti dalla Sicilia? – Ci disse uno dei militi, una volta controllati i miei documenti.
– Siamo venuti a far visita a mio fratello che vive qui – dissi io
– Ah si? E dove abita suo fratello? Cosa fa qui? –
– Guardi – dissi – mio fratello abita proprio qui, in uno di questi appartamenti e insegna al Convitto Nazionale di Assisi –
– Lo chiami per favore e lo faccia scendere! –
E così, seguito dal carabiniere che mi tallonava da molto vicino, mi avvicinai al citofono e premetti il pulsante di Salvatore.
– Chi è? – fece una voce dopo qualche secondo.
– Sono io, Piero. Ciao Carmela. – dissi a mia cognata
– Oh! Ciao Piero, che sorpresa! Sali! –
– Si, aspetta un attimo. Puoi far scendere Salvatore? –
– Certo, lo chiamo subito! –
Rimanemmo così in attesa per un minuto e quindi arrivò, trafelato, avendo sceso le scale di corsa, il mio amato fratello. Appena mi vide mi abbracciò fraternamente, poi vide Carmelo e abbracciò fraternamente anche lui, poi vide il primo carabiniere e …abbracciò fraternamente anche lui e poi il suo collega.
Questi ultimi, un po’ sconcertati da una tale accoglienza e molto imbarazzati gli chiesero: – Il signore è suo fratello? –
– Ma certo! – disse Salvatore a sua volta sorpreso e imbarazzato – Ma voi non siete loro amici? –
L’equivoco si chiarì abbastanza presto tra imbarazzi e, una volta rimasti tra noi, grandi risate.


P.S.
Quando, dopo cena stavamo andando via piovigginava ancora e, andando verso la mia macchina, vidi, in una pozzanghera, galleggiare quella che inequivocabilmente era una patente. E poco lontano sempre galleggiante un pezzettino di carta che sembrava una foto tessera ma rovesciata. Così dissi:
- Talè Carmè, qualche povero coglione ha perso la patente! -
Di malavoglia mi chinai a prenderla pensando agli impicci che avremmo avuto per restituirla, ma mi abbassai e la raccolsi. Era la mia patente. Caduta nella concitazione del mitra puntato e del carabiniere che mi interrogava. E il coglione ero io!

Salvatore


26 - LE POESIE DI CIANCI E RIDI - 27 - LETTERA DELLA S.I.A.E

E, in ultimo, scrive Umberto: 26 - LE POESIE DI CIANCI E RIDI E infine vi voglio regalare un momento di grande arte, un‘emozione che solo i ...