1978
Un anno per me travagliato che
veniva dopo un anno molto travagliato. Ero entrato in crisi con la militanza a
tempo pieno. Mi sembrava un destino segnato e io non volevo dipendere da altri.
Soprattutto, avevo paura che le mie idee e le mie posizioni potessero un giorno dipendere da altri e da altro che non fosse il mio libero pensiero. E non perché subivo pressioni di alcun tipo, anzi. Ero in un gruppo dirigente affiatato, giovane, che non aveva ancora per nulla esaurito la sua carica propulsiva, compagni con cui stavo bene e con i quali era un piacere discutere. Avevo imparato molto nei tre anni di vita da rivoluzionario di professione ma in quel momento, non so bene perché, mi sentivo oppresso da quella vita. Come se stessi perdendo la mia giovinezza.
Soprattutto, avevo paura che le mie idee e le mie posizioni potessero un giorno dipendere da altri e da altro che non fosse il mio libero pensiero. E non perché subivo pressioni di alcun tipo, anzi. Ero in un gruppo dirigente affiatato, giovane, che non aveva ancora per nulla esaurito la sua carica propulsiva, compagni con cui stavo bene e con i quali era un piacere discutere. Avevo imparato molto nei tre anni di vita da rivoluzionario di professione ma in quel momento, non so bene perché, mi sentivo oppresso da quella vita. Come se stessi perdendo la mia giovinezza.
Non ero mai stato molto bene con quasi nessuno dei miei coetanei, a parte quelli, pochi, impegnati
politicamente e i pochi veri amici e adesso non stavo completamente bene con i compagni che avevano una
decina di anni più di me. Mi mancava un po' di spensieratezza senza la quale è difficile vivere bene i tuoi vent'anni.
Anche i miei amici di infanzia cui ero più legato, in quell’anno erano meno presenti: Carmelo faceva il militare, Lillo era in Germania o forse era impegnato molto con il lavoro, Peppe era anche lui all’estero, Gioacchino e diversi altri erano all'università in altre città e molti di loro non sarebbero più tornati.
Anche i miei amici di infanzia cui ero più legato, in quell’anno erano meno presenti: Carmelo faceva il militare, Lillo era in Germania o forse era impegnato molto con il lavoro, Peppe era anche lui all’estero, Gioacchino e diversi altri erano all'università in altre città e molti di loro non sarebbero più tornati.
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| Carmelo |
Anche sul piano dei sentimenti era
stato all’inizio un anno balordo. Un rapporto che credevo ormai consolidato, per mia colpa, andò invece in frantumi lasciandomi tanti rimorsi e
rimpianti.
Sul piano politico era tutto una contraddizione: avevamo avuto, nel 1976, una grande avanzata, il massimo storico dei voti alle elezioni politiche. Eravamo determinanti per la formazione di qualunque governo. Eppure, per rompere finalmente la “conventio ad excludendum” che aveva costretto fuori dal governo la grande forza popolare e democratica che era il PCI, avevamo accettato di sostenere dall’esterno, con l’astensione sulla fiducia, un governo monocolore democristiano zeppo di personaggi, a cominciare dal presidente del Consiglio Andreotti, che a noi comunisti erano abbastanza indigesti e davano abbastanza problemi di coscienza: Forlani, Gullotti, Ruffini, Bisaglia e altri emblemi del clientelismo democristiano. Quel governo, è vero, mise in agenda la riforma sanitaria con la nascita del Servizio Sanitario Nazionale (che sarebbe poi approvata nel 78 e che porta il nome di Tina Anselmi, e l’impronta di tutta la sinistra) ma ben poche altre cose.
Ci accorgemmo abbastanza presto che, tra strategia logorante di Andreotti e resistenze e complotti di P2, Gladio e quant’altro, fare passi avanti sulla via delle riforme e sul piano dello sviluppo finalizzato al lavoro, sarebbe stato difficile. Ed era molto faticoso tentare di difendere quel governo presso le nostre sezioni e con i nostri compagni.
Sul piano politico era tutto una contraddizione: avevamo avuto, nel 1976, una grande avanzata, il massimo storico dei voti alle elezioni politiche. Eravamo determinanti per la formazione di qualunque governo. Eppure, per rompere finalmente la “conventio ad excludendum” che aveva costretto fuori dal governo la grande forza popolare e democratica che era il PCI, avevamo accettato di sostenere dall’esterno, con l’astensione sulla fiducia, un governo monocolore democristiano zeppo di personaggi, a cominciare dal presidente del Consiglio Andreotti, che a noi comunisti erano abbastanza indigesti e davano abbastanza problemi di coscienza: Forlani, Gullotti, Ruffini, Bisaglia e altri emblemi del clientelismo democristiano. Quel governo, è vero, mise in agenda la riforma sanitaria con la nascita del Servizio Sanitario Nazionale (che sarebbe poi approvata nel 78 e che porta il nome di Tina Anselmi, e l’impronta di tutta la sinistra) ma ben poche altre cose.
Ci accorgemmo abbastanza presto che, tra strategia logorante di Andreotti e resistenze e complotti di P2, Gladio e quant’altro, fare passi avanti sulla via delle riforme e sul piano dello sviluppo finalizzato al lavoro, sarebbe stato difficile. Ed era molto faticoso tentare di difendere quel governo presso le nostre sezioni e con i nostri compagni.
Inoltre erano gli anni del
movimento di “Autonomia”, quelli della P38, del terrorismo delle BR e di quello
mai sopito e sempre distribuito ad arte dei fascisti. E gli attacchi da
sinistra facevano anche più male: da una parte severi con il PCI e con il
sindacato e dall’altra indulgenti con “i compagni che sbagliano” delle BR e con
coloro che li fiancheggiavano.
Tutto era in movimento e in
discussione. Insomma c’era di che essere in crisi per chi, come me, a stento
riusciva a trovare punti fermi. Io li trovavo soprattutto in Berlinguer e nella
mia sezione, nella sua storia e nel suo presente, nella sua comunità ricca e stimolante.
Un po’ per tutto questo sentivo di dover porre fine al mio ruolo in FGCI e in Federazione, quanto meno alla presenza a tempo pieno.
Un po’ per tutto questo sentivo di dover porre fine al mio ruolo in FGCI e in Federazione, quanto meno alla presenza a tempo pieno.
Il partito, a fine inverno, pose fine all’esperienza del governo dell’astensione e chiese di essere corresponsabilizzato a pieno nel suo ruolo di governo. Caduto Andreotti cominciò la lunga gestazione del nuovo governo che avrebbe poi avuto la fiducia
del PCI. Una fase gestita dalla grande lungimiranza e responsabilità di due
statisti: Aldo Moro ed Enrico Berlinguer. Purtroppo le Brigate Rosse si
incaricarono di dare un colpo mortale a qualsiasi speranza di riforma e,
consapevolmente o inconsapevolmente importa poco, con il rapimento e l’uccisione
di Aldo Moro favorirono il ritorno lento ma inesorabile della destra e l'inizio del progressivo
alterarsi e disfarsi della sinistra di governo.
Da un punto di vista personale,
con il ritorno in paese, mi ero dedicato anima e corpo alle elezioni comunali di
primavera che avevamo immeritatamente perso, alla creazione di Radio Città Futura e alla Festa de L’Unità, tutte
cose di cui racconterò in altre storie. Avevo però trovato il grande amore:
la mia Rita, compagna di vita e madre dei miei figli.
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| Silvio Benedetto |
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| Lillo e Lina Gueli dopo una manifestazione a Roma |
Lillo, Silvio e il teatro
Cominciai in quell’inverno a
studiare un po’ più seriamente e mi trasferii a Palermo.
Frequentavo la facoltà di
giurisprudenza e, insieme al mio amico Totò Fontana, avevo affittato un
bilocale a pianoterra in via Monfenera, dalle parti di corso Tukory, vicino al
Ballarò.
Andavo spesso a fare visita a
Lillo Gueli, mio mentore nel partito, in quel momento Deputato
Regionale, dopo essere stato per lunghi anni Sindaco e leader del
partito al mio paese. Frequentavo così, andando a trovare Lillo, il gruppo del PCI
all’ARS dove avevo tantissimo da imparare, osservare e cercare di
capire: tra stesura di disegni di legge, sedute di commissione, lavori in aula
o visite agli assessorati. La sera capitava qualche volta di
cenare insieme a Lillo, quasi sempre al suo Hotel, il Centrale ai Quattro
Canti.
Avevo dato un esame, Diritto Parlamentare,
con il prof. Sergio Mattarella, oggi nostro caro Presidente della Repubblica, e avevo preso un bel trenta e lode. Per festeggiare mi andava per cena qualcosa di più serio che non il solito fast food de noantri e cioè i cardi, le
patate lesse e le uova sode che trovavo già pronti al Ballarò o, andando più
sul pesante, a meusa, le panelle, gli
arancini, le frittole o la stigghiola. Quella sera mi andava una cena più
formale, così dopo una lezione di Filosofia del diritto a Piazza Bologni, decisi di andare da Lillo al Centrale che si trovava davvero a pochi passi.
Lui mi raccontò di aver avuto in quei giorni un incontro con un artista che faceva Teatro alternativo nel vicolo Marotta accanto all’Hotel, un italo argentino con il quale conversare era davvero stimolante. Mi invitò ad andare allo spettacolo di quella sera che lui aveva già visto diverse volte ma che gli era piaciuto molto. Era, se non ricordo male, un adattamento di un’opera di Michel de Ghelderode, l’Escurial.
La compagnia si chiamava il Teatro del Vicolo e il suo teatro alternativo era una novità per me: il posto non era un vero teatro ma una serie di locali diroccati e fatiscenti proprio dell’Hotel, dove si faceva fatica ad entrare; opera e autore mi erano assolutamente sconosciuti e anche un po’ ostici ma ne sentivo tuttavia il fascino; gli artisti erano davvero bravi, soprattutto il capocomico, Silvio Benedetto e la prima attrice, Alida Giardina. Insomma persone davvero interessanti e con le quali Lillo cominciava a stringere una vera amicizia che gli sarebbe durata poi tutta la vita.
Lui mi raccontò di aver avuto in quei giorni un incontro con un artista che faceva Teatro alternativo nel vicolo Marotta accanto all’Hotel, un italo argentino con il quale conversare era davvero stimolante. Mi invitò ad andare allo spettacolo di quella sera che lui aveva già visto diverse volte ma che gli era piaciuto molto. Era, se non ricordo male, un adattamento di un’opera di Michel de Ghelderode, l’Escurial.
La compagnia si chiamava il Teatro del Vicolo e il suo teatro alternativo era una novità per me: il posto non era un vero teatro ma una serie di locali diroccati e fatiscenti proprio dell’Hotel, dove si faceva fatica ad entrare; opera e autore mi erano assolutamente sconosciuti e anche un po’ ostici ma ne sentivo tuttavia il fascino; gli artisti erano davvero bravi, soprattutto il capocomico, Silvio Benedetto e la prima attrice, Alida Giardina. Insomma persone davvero interessanti e con le quali Lillo cominciava a stringere una vera amicizia che gli sarebbe durata poi tutta la vita.
Le scene e anche i locali erano
arricchite di grandi e anche grandissimi dipinti, davvero di straordinaria
fattura che non si poteva fare a meno di ammirare. Ritratti di donna e anche
maschere e armature greche classiche. Quello che ricordo dell’opera, che
riecheggia nella testa, ma che non sono mai riuscito a ritrovare nei testi
originali dell’autore, è una frase pronunciata con enfasi e grande teatralità
da Silvio: “Ammazzate i cani, ammazzate i cani e la loro illusione”.
È una frase che mi colpisce e
incuriosisce ancora.
Silvio dunque oltre a essere il
capocomico di quel teatro e un finissimo intellettuale, era un pittore, anzi un
importante pittore e muralista, con alle spalle un curriculum di gran livello
in Italia e in America Latina, dall’Argentina al Messico.
Lillo era stato davvero colpito dal fascino, dalle figure, dai colori e dal tormento delle opere di quell’artista. Rimasi anch’io colpito dal talento e dalla maestria di Silvio Benedetto. Era una persona colta ed eclettica e quell’accento sudamericano gli dava un tocco di esoticità che ti prendeva subito. Era allo stesso tempo cordiale e affabile, per niente formale e quando seppe del mio trenta all’esame volle farmi omaggio di una serigrafia che ancora oggi conservo.
Lillo era stato davvero colpito dal fascino, dalle figure, dai colori e dal tormento delle opere di quell’artista. Rimasi anch’io colpito dal talento e dalla maestria di Silvio Benedetto. Era una persona colta ed eclettica e quell’accento sudamericano gli dava un tocco di esoticità che ti prendeva subito. Era allo stesso tempo cordiale e affabile, per niente formale e quando seppe del mio trenta all’esame volle farmi omaggio di una serigrafia che ancora oggi conservo.
Lillo, a un certo punto della
cordiale discussione notturna, gli propose di fare una mostra dei suoi dipinti a
Campobello.
Silvio che era un artista
assolutamente geniale e impegnato, non estraneo a grandi opere e installazioni
anche provocatorie, colse l’opportunità di conoscere un territorio più da
vicino, attraverso il contatto con gente del luogo che gli facesse da guida. Un
po’ come gli era capitato nelle Cinque Terre in Liguria dove aveva vissuto una
importante esperienza artistica, culturale ed umana.
Si organizzò così una bella
mostra al mio paese per tutto il periodo delle feste di Natale e anche oltre.
Silvio portò molte opere, oli e disegni e soprattutto gli studi e la grande
opera dedicata alla Tragedia Greca.
La mostra si rivelò un successo
sotto tutti i punti di vista e rappresentò un punto di svolta nella vita
culturale nel nostro paese. Durante e subito dopo la mostra, Benedetto tenne
conferenze, corsi e, se non ricordo male, fece anche qualche rappresentazione
teatrale.
All’allestimento e alla custodia
della mostra, come volontari, 24 ore al giorno per tutto il periodo si
dedicarono i miei fraterni amici Lillo Calà e Carmelo D’Asaro.
Carmelo era appena tornato dal
servizio militare ed era un ragazzo generoso, sempre pronto a darsi da fare per
la comunità, per l’amicizia, per gli ideali. Aveva, ed ancora ha, una voce
straordinaria e un talento eccezionale nel cantare la tradizione siciliana.
Credo sia stato anche per questa sua naturale teatralità che il Maestro
Benedetto gli propose a più riprese di far parte della sua compagnia teatrale o
quantomeno di andare a trovarlo a Roma, dove la compagnia si sarebbe trasferita
da lì a poco, anche solo per fare qualche esperienza.
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| Carmelo |
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| Lillo Calà |
La 126 rossa
Con questa mia
prima automobile avevo già percorso centinaia di migliaia di chilometri in giro per la
provincia di Agrigento e per la Sicilia a fare riunioni, iniziative, a consegnare materiale di propaganda, tessere o
L’Unità.
Quando nel 1975 ero stato
chiamato in Federazione a fare il funzionario, appena eletto al Consiglio
provinciale, ero diciottenne e senza patente. Rimasi per circa un anno un peso per gli altri
compagni che dovevano in qualche modo accompagnarmi o schiavo di treni e bus e
auto di noleggio, scomodi, impossibili o costosi, ma non
poteva continuare.
Così, con il decisivo aiuto di
mio zio Umberto, presi la patente (anche se non sapevo affatto guidare) e quindi mi
serviva la macchina. Ovviamente non potevo permettermi un’auto nuova e cercai
qualcosa di usato ma non trovai nulla di affidabile. Lo “stipendio” da
funzionario era una miseria e non si riusciva quasi mai a prenderlo per intero.
Se non ricordo male il primo stipendio era stato sulla carta di 60 o 70 mila lire.
Credo che all’epoca un insegnante guadagnasse intorno alle 250 mila lire, per
dare la proporzione. Ma nonostante fosse così poco non lo prendevamo quasi mai,
almeno noi giovinotti senza figli a carico ed eravamo tutti a credito con il
partito. Però il partito passava la benzina, almeno quella non si doveva
anticipare.
Una volta presa la patente il
problema dell’automobile era diventato pressante. Il rapporto con mio padre era
stato molto conflittuale fin da quando, quindicenne, avevo cominciato a
frequentare la FGCI. Le litigate con conseguenti fughe da casa per andare a
dormire in sacco a pelo al circolo o a Gela da mio fratello Salvatore, erano
state, durante la mia adolescenza, davvero tante. Pagavo duramente il mio
essere comunista come quel pazzo di
mio fratello ma questo anziché deprimermi mi esaltava, rendeva quasi eroica la
mia militanza. Io per il mio ideale dovevo rinunciare ad una vita comoda e
agiata e alla pace in famiglia.
Il bello è che invece molti
compagni mi criticavano perché ero un piccolo borghese figlio di papà.
Tornando all’automobile era
impensabile quindi chiedere a mio padre di comprarmi una macchina. “Comprare
una macchina ai Comunisti? MAI!” Avrebbe detto. “Ti sei scelto questa vita,
adesso pagane le conseguenze!”
In effetti dopo l’elezione al
Consiglio Provinciale l’atteggiamento di papà si era fatto, come dire, più
rispettoso. Mi aveva a lungo ammonito, quando mi candidai, sul fatto che
volessero sfruttarmi, utilizzare il mio nome, che si sarebbero fatti gioco di
me perché ero ingenuo e che avrei fatto una pessima figura.
Quando, con sua somma sorpresa,
fui invece eletto (io credo che alla fine il voto me lo abbia dato, ma non me
lo confessò mai), cominciò a cambiare il suo atteggiamento e a pensare che in
fondo non fossi così ingenuo, nonostante i miei diciotto anni. Però il suo
timore fondamentale era che mi legassi mani e piedi a quel partito, che
diventassi prigioniero dei meccanismi della politica e finissi per abbandonare
gli studi e diventare un “pupo” al servizio di politicanti furboni.
Per cui, cinicamente, puntai su
questo suo timore e feci trapelare, tramite mia mamma, che il partito mi
avrebbe comprato la macchina, ma che avrei dovuto firmare tante cambiali per
molti anni.
A questo punto mio padre,
terrorizzato dalla prospettiva di suo figlio “imprigionato” dai comunisti e che si
sarebbe sentito moralmente riconoscente a costoro, un giorno mi disse: “Ho
parlato con tuo cugino Lillo (l’esperto di famiglia di compravendita di
automobili e di mille altre cose). Domani vai a prendere la tua macchina a
Caltanissetta, una Fiat 126. Così non sarai prigioniero di quelli lì e potrai
andartene quando vorrai. Ho dato l’assegno a Lillo ed è tutto a posto.”
Lo ringraziai felice e l’indomani
in compagnia del mio caro cugino Lillo andai a Caltanissetta. Non so se fosse stato un caso o se mio cugino volle compiacermi ma la “mia” macchina era
di un bel colore rosso, anche se lui era delle stesse idee politiche di mio
padre.
Ovviamente, nonostante avessi la
patente, non avevo mai guidato se non per quella specie di esame di guida,
abbastanza ridicolo, che mi aveva fatto fare un amico di mio zio Umberto e
quindi fu Lillo a guidare per portare la macchina in paese. A poco a poco,
comunque imparai a guidare.
Quell’auto però aveva un difetto.
Me ne accorsi solo una sera di pioggia forte: la guarnizione del parabrezza di
davanti aveva una perdita e qualche goccia di acqua penetrava dall’angolo in
basso a destra del guidatore.
Visto che i giorni di pioggia da
noi non erano tanti, non era un difetto poi così importante e, preso dalla
frenetica vita di funzionario di partito, non me ne curai anche se, andando
avanti, la perdita si era fatta più consistente con conseguente infiltrazione
di acqua sempre più copiosa in relazione all’intensità della pioggia.
Carmelo, il viaggio e la tempesta
Carmelo, viste le insistenze di
Silvio e curioso di cimentarsi in una nuova avventura, aveva alla fine deciso di andare a
Roma per rispondere all’invito e vedere da vicino quel tipo di vita.
Mi chiese se avevo voglia di
accompagnarlo. Non me lo feci dire due volte.
Credo che in quei giorni dovessi dare un esame a
Palermo e così Carmelo passò qualche giorno da me in quella splendida e amata città
per poi partire insieme per Roma con la mia 126 rossa.
Decidemmo di partire di sera per
viaggiare di notte quando c’era meno traffico.
A Palermo pioveva, una pioggia
non esagerata ma non ci facemmo caso e partimmo animati di entusiasmo per la
nuova avventura.
Il tempo non volgeva al bello, tutt’altro. Era una sera di luna piena e quando questa riusciva a fare capolino
si notavano i cupi nuvoloni pieni di pioggia che non aspettavano altro che
liberarsi dal loro carico.
Uno dei tratti di strada peggiori
e per noi poco conosciuto, era quello tra Cefalù e Messina.
Avrebbe dovuto esserci da una decina di anni l’autostrada, la Palermo Messina,
ma si sa come vanno queste cose da noi. Quindi da Cefalù a credo Barcellona
Pozzo di Gotto c’era solo la statale, lungo il mare, stretta e, quella notte,
davvero lugubre, con ampi tratti a strapiombo sul mare.
La pioggia si era intensificata e
adesso solo i lampi illuminavano il cielo. Ogni tanto ondate ci arrivavano dal
mare a compensare il ben di Dio che arrivava dall’alto. Ma la cosa più bella
era che la perdita di acqua dal parabrezza si era trasformata in torrente.
Avevamo qualche fazzoletto, panno e non so cos’altro che Carmelo metteva all’angolo
in basso destro per cercare di frenare la cascata. Ma si riempiva nel giro di
qualche secondo e, per strizzarlo dovevi aprire il finestrino dal quale entrava
molta più acqua di quella che si riusciva a buttar fuori. A un certo punto, con
la macchina semi allagata, siamo scoppiati a ridere da non fermarci più e
abbiamo deciso di non strizzare più niente lasciando che l’acqua che entrava
trovasse da sola la strada per uscire.
Arrivati miracolosamente a
Messina e traghettando con qualche moto del mare un po’ esagerato, finalmente
il tempo si calmò un po’ e la poggia, che ci accompagnò per quasi tutto il
viaggio, si fece però più sopportabile e si faceva in tempo a strizzare i panni
ed evitare che l’abitacolo della piccola utilitaria si allagasse. E poi avevamo le mie cassette di Tenco, Gaber che cantavamo o Lou Reed e Gato Barbieri che ci limitavamo ad ascoltare a farci compagnia e tenerci svegli.
Arrivammo a Roma e fummo accolti con
grande affetto e cordialità da Silvio e Alida e dalla piccola comunità che
viveva e frequentava l’appartamento di via degli Scialoja, a due passi da
Piazzale Flaminio e da Piazza del Popolo.
Ci ambientammo subito e quella
sera stessa fummo invitati ad andare nel teatro dove la compagnia di Silvio, il Teatro Autonomo di Roma, si
esibiva e che credo si chiamasse il Teatro in Trastevere. Era infatti un
piccolo locale quasi accanto al carcere di Regina Coeli, lungo il Tevere.
Quando ci andammo la prima sera
per vedere lo spettacolo, come semplici spettatori, ci trovammo in un piccolo
ingresso, abbastanza buio dove si faceva il biglietto per entrare e da dove, uno ad uno, si accedeva in sala. Ormai ero abituato alle stranezze delle cose
che faceva Silvio e non mi chiesi neanche il motivo per cui si dovesse entrare
uno ad uno e a distanza di un paio di minuti l’uno dall’altro.
Quando fu il mio turno ed entrai,
mi trovai in una piccola saletta buia dove si trovava distesa una donna
completamente nuda. Era Alida, la partner del tempo di Silvio, l’attrice che
avevo ammirato al teatro del Vicolo a Palermo e a Campobello dove aveva
magistralmente interpretato il monologo La
Donna Spezzata di Simone de Beauvoir. Rimasi molto imbarazzato, perché la
conoscevo e avevamo avuto molte occasioni di conversare e intrattenerci e,
inoltre, ero ospite nella casa dove lei viveva anche se non l’avevo ancora
incontrata quel giorno. Ritenendo che la sua presenza lì fosse legata alla
rappresentazione teatrale, con molto imbarazzo la abbracciai delicatamente e la
salutai, proseguendo il cammino verso la sala.
Qui trovai alcuni spettatori
seduti che guardavano uno schermo televisivo dove si proiettava quel che
accadeva nella saletta dove si trovava Alida nuda, a spiarne le reazioni. Mi
imbarazzai ancor di più pensando di aver fatto una figura barbina e vidi così
entrare anche Carmelo che si comportò più o meno come me.
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| Ritratto di Alida |
Non ricordo altro di
quella sera né dei giorni successivi, se non il clima cordiale e amichevole che
si era installato con tutti ma anche il senso di sregolatezza dei ritmi di vita. Silvio stava progettando di iniziare da lì a poco
il suo Teatro in appartamento, una
nuova provocatoria forma di spettacolo e voleva coinvolgere anche Carmelo.
Credo anche che Carmelo fu impegnato abbastanza presto nell’attività teatrale
di Silvio e so che per lui trascorrere diversi mesi a Roma in quella compagnia,
fu una bellissima esperienza.
Dopo qualche giorno però per me
era venuto il momento di rientrare. Però volevo fare una sorpresa a mio fratello Salvatore che si era da poco trasferito a Bastia
Umbra in provincia di Perugia e che io avevo avuto modo, pochi mesi prima, di
aiutare nei vari traslochi. Proposi a Carmelo se volesse farmi compagnia in
questa escursione umbra e fu lieto di accompagnarmi. Così un mattino partimmo
per Bastia.
Quei loschi figuri
La vita notturna e un po’ bohemienne che avevamo condotto in quei pochi giorni a Roma, insieme ai nostri venti anni,
al vestirci trasandati e portare capelli lunghi e grandi occhiaie, non conferiva
al nostro aspetto esteriore proprio il massimo di …gradevolezza.
Ma chi se ne
fregava, andavamo da mio fratello, mica era una visita formale!
Da qualche settimana era stato rapito Aldo
Moro e l’Italia era praticamente in stato d’assedio. Ovunque posti di blocco,
tutte le forze dell’ordine mobilitate insieme ad esercito e altre forze armate.
Quando arrivammo a Bastia, ad un
incrocio, ebbi una esitazione se andare a destra o a sinistra. Infine, dopo una quasi ardita manovra, imboccai
la direzione giusta e mi diressi con sicurezza verso la casa di Salvatore che
si trovava sulla via Roma.
Questa esitazione, con
conseguente manovra correttiva, aveva però attirato l’attenzione di una
pattuglia di Carabinieri, appostata poco lontano e della quale non ci eravamo
neanche accorti.
Vedendo due giovani in divisa da
fricchettoni di sinistra, capelli lunghi e aspetto trasandato, in macchina
rossa, chiaramente non del posto, insospettiti, in quel clima di caccia al
terrorista, ci seguirono fino a quando non parcheggiammo nel piccolo piazzale
davanti l’abitazione di Salvatore.
Appena scendemmo dall’auto un
carabiniere ci puntava un mitra e un altro esclamava:
– Documenti! –
Un po’ sorpreso e impacciato
cercai la mia patente e gliela consegnai. Carmelo fece lo stesso. Piovigginava,
ma non ci facemmo caso. Doveva essere curiosa però la scena di questi due
loschi figuri come noi dovevamo sembrare, tenuti a bada da due giovani
carabinieri.
– Cosa fate qui? Come mai siete
venuti dalla Sicilia? – Ci disse uno dei militi, una volta controllati i miei
documenti.
– Siamo venuti a far visita a mio
fratello che vive qui – dissi io
– Ah si? E dove abita suo
fratello? Cosa fa qui? –
– Guardi – dissi – mio fratello
abita proprio qui, in uno di questi appartamenti e insegna al Convitto
Nazionale di Assisi –
– Lo chiami per favore e lo
faccia scendere! –
E così, seguito dal carabiniere
che mi tallonava da molto vicino, mi avvicinai al citofono e premetti il
pulsante di Salvatore.
– Chi è? – fece una voce dopo
qualche secondo.
– Sono io, Piero. Ciao Carmela. –
dissi a mia cognata
– Oh! Ciao Piero, che sorpresa! Sali!
–
– Si, aspetta un attimo. Puoi far
scendere Salvatore? –
– Certo, lo chiamo subito! –
Rimanemmo così in attesa per un
minuto e quindi arrivò, trafelato, avendo sceso le scale di corsa, il mio amato
fratello. Appena mi vide mi abbracciò fraternamente, poi vide Carmelo e
abbracciò fraternamente anche lui, poi vide il primo carabiniere e …abbracciò
fraternamente anche lui e poi il suo collega.
Questi ultimi, un po’ sconcertati
da una tale accoglienza e molto imbarazzati gli chiesero: – Il signore è suo
fratello? –
– Ma certo! – disse Salvatore a
sua volta sorpreso e imbarazzato – Ma voi non siete loro amici? –
L’equivoco si chiarì abbastanza
presto tra imbarazzi e, una volta rimasti tra noi, grandi risate.
P.S.
Quando, dopo cena stavamo andando via piovigginava ancora e, andando verso la mia macchina, vidi, in una pozzanghera, galleggiare quella che inequivocabilmente era una patente. E poco lontano sempre galleggiante un pezzettino di carta che sembrava una foto tessera ma rovesciata. Così dissi:
- Talè Carmè, qualche povero coglione ha perso la patente! -
Di malavoglia mi chinai a prenderla pensando agli impicci che avremmo avuto per restituirla, ma mi abbassai e la raccolsi. Era la mia patente. Caduta nella concitazione del mitra puntato e del carabiniere che mi interrogava. E il coglione ero io!
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| Salvatore |









