mercoledì 13 maggio 2020

4 Peppi e un manifesto.

Racconto di questi personaggi così come li ricordo, più per le emozioni che mi suscitavano che per fatti che li vedevano coinvolti. Come per tutte le mie storie non c'è alcun intento derisorio o irrisorio nei confronti delle persone e dei personaggi o delle loro debolezze, anzi c'è simpatia e solidarietà. 

Non se ne dispiacciano eventuali discendenti o amici. Se ne parliamo ancora è perchè hanno lasciato un segno, magari piccolo ma sempre un segno, del loro passaggio su questa terra. E se ci fanno sorridere o ci lasciano una qualche emozione, è ancora meglio. 

Teniamoci cara la gente che ci fa sorridere e dimentichiamoci di quella che ci fa arrabbiare.





Buscarinu (Peppi n.1)

Lu zi Peppi Buscarinu era, insieme a lu Mutu, il terrore di noi bambini frequentatori della Piazza.
Lu zi Peppi o semplicemente Buscarinu era un signore di mezza età che divideva il suo tempo tra osteria e piazza. Doveva essere anche un po' mezzo matto perchè spesso parlava da solo e addirittura urlava con sè stesso. Aveva, come si diceva, il vino amaro, il bere lo rendeva cattivo e scorbutico. 
Per questo terrorizzava noi bambini, urlandoci male parole, inseguendoci e cercando di lanciarci addosso qualunque cosa gli venisse a portata di mano. 
Si acconciava con un fazzoletto rosso in testa all'uso dei muratori di quel tempo, ma anche dei pirati. E proprio un pirata sembrava quando ci urlava e ci mostrava i pochi denti rimasti e gli occhi umidi di alcol. 
Si racconta che un giorno, doveva essere una festa solenne, una di quelle in cui si apre il portone grande della Chiesa Madre che dà sulla piazza, si stava svolgendo una funzione importante. La chiesa era gremita al massimo. Buscarinu a poca distanza dal portone, in piazza, osservava fisso la messa solenne e, dondolando la testa, sembrava come se disapprovasse.
A un certo punto si lanciò con passo marziale facendo il suo ingresso teatrale dal portone principale della chiesa. Il prete, che stava facendo la sua predica, ammutolì vedendo quella figura incedere sul corridoio centrale con fare minaccioso. I fedeli si volsero tutti a fissare Buscarinu e quando fu giunto vicino al prete pronunciò con molta enfasi la frase che sarebbe rimasta memorabile per molti anni nei ricordi dei campobellesi: "Ah buonu, buonu ca assà ti l'ha sguazzatu!! (Adesso basta che ti sei sfogato abbastanza!).
E così, lasciando ammutoliti i presenti, come era arrivato, con passo svelto se ne tornò dall'ingresso prioncipale.

 

Bammineddru, Fimmineddra e Jaià (Peppi n. 2, 3 e 4)

Peppi Bammineddru (Bambinello) era, per me bambino, la rappresentazione umana della povertà. Anziano e molto malandato, viveva della carità del paese e dormiva dalle monache nell'ospizio per gli anziani che era proprio vicino casa mia. Ovviamente doveva essere un posto da non pagante, viste le sue condizioni. Di cognome faceva Bonvissuto mentre mi è ignota l'origine del soprannome, forse per i suoi occhioni grandi e innocenti.
Era vestito con abiti laceri, quel che rimaneva di una vecchissima giacca e un paio di brache tenute su con un laccio. Era piegato in due, credo per una specie di scoliosi e di tanto in tanto aveva degli attacchi epilettici che lo facevano tremare e gli facevano venire la bava alla bocca.
Faceva dei lavoretti nel quartiere, quello che poteva fare ovviamente, soprattutto facchinaggio. Mi faceva davvero compassione osservarlo con la schiena china quasi a terra, carica di un sacco con qualcosa, che camminava a fatica. Di tanto in tanto bussava alla nostra porta, se mi affacciavo io dicevo a mamma - c'è Peppi Bammineddru, gli diamo qualcosa? - e la mamma - prendi 5 lire e gliele dai "così poco? - rispondevo - Almeno 20 - Ci mettevamo d'accordo in qualche modo (a quel tempo un gelato costava 10 lire) e io di corsa scendevo giù e un po' pauroso ma pieno di compassione, porgevo a Peppi quel po' di elemosina. Il suo sguardo, i suoi occhi enormi e sempre umidi erano per me una ricompensa molto più grande di ciò che gli avevo dato io. Non poche volte, in silenzio, ho pianto per lui.

Peppi Fimmineddra (Femminuccia) era anche lui un personaggio per il paese. Il soprannome è di chiara origine, quando ero bambino lui era già adulto, ma era rimasto fisicamente poco sviluppato. Al contrario penso che fosse abbastanza intelligente e si guadagnava da vivere, oltre che con la pensione, che credo avesse, anche facendo il banditore con il tamburino e suonando in qualche banda. Era bravo e persino il Gruppo Coscienza lo coinvolse nelle sue "tourneè", per annunciare lo spettacolo del Gruppo per le vie dei paesi in cui si sarebbe esibito. E funzionava!! Attirava insieme ad un improvvisato banditore (Gianni Alongi il più delle volte), come il pifferaio magico, tantissima gente.
Con me e quelli della mia famiglia aveva un tormentone che ci propinava ogni volta che ci incontrava: "Gigi? Quando viene Gigi?" Si riferiva a mio zio Gigi che quando veniva in paese gli dava laute mance...

Peppi Jaià era anche lui un banditore. Questa la definizione che ne diede mio fratello Salvatore in un articolo del suo Blog: " Iaià era alto, allampanato e gran fumatore, poverissimo ma nell'aspetto dignitoso, specie nei mesi autunnali e invernali: il cappotto doppio petto grigio che indossava era vecchissimo, ma gli stava a puntino. Più che con i "bandi" si manteneva con piccoli trasporti a mano, con la carriola." Io vorrei semplicemente aggiungere che aveva una voce baritonale davvero notevole e il suo "Sintiti, sintiti, sintiti..." faceva tremare e rizzare le orecchie.
I ragazzini spesso gli correvano dietro a sbeffeggiarlo e per questo era cupo e diffidente. A me faceva abbastanza paura.

Imparentato con Peppi Jaià, credo fosse il fratello, c'era un netturbino, Giovanni Cirino. Un onesto lavoratore, rispettoso e che non dava fastidio a nessuno. Era sposato con Mena una donna dal soprannome irrispettoso che non riporterò e padre di Rosalia cui era stato affibiato lo stesso ingiurioso soprannome della madre. Probabilmente a causa della loro ineleganza nei modi, diciamola così.  Alcuni buontemponi in vena di scherzi cattivi, il giorno della morte di Giovanni affissero un manifesto del quale mi è arrivata la fotografia. Lo pubblico non certo per irridere il sig. Cirino che, ripeto, era una brava persona ma per riportare un tipico scherzo da Vitelloni cui erano soliti alcuni ragazzacci, e non solo, del nostro paese.


Non contenti affissero, sempre anonimamente, anche il manifestino di ringraziamento:


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