A Portella con Totò e Peppino
Credo fosse il 1970 o il 69, avevo appena 12/13 anni, e dopo
che lo avevo pregato tante volte di farmi vedere cosa facesse a Palermo ove lui
studiava e viveva per la maggior parte del tempo, mio fratello Salvatore mi
portò con lui e per qualche giorno mi resi conto di come fosse la vita da
universitario. O meglio, di come fosse la vita di Salvatore. E per me ragazzino
ovviamente tutto quel mondo era affascinante: le cene al Ballarò con il fast
food di allora, patate calde, “u puippu”, “a meusa”, i “caidduna cavuri cavuri”
e via dicendo era tutta una scoperta. E anche la mensa di Santi Romano, il
pensionato che credo avevano appena costruito e del quale, se non erro, era
agibile solo la mensa.
Ma quello che più mi colpiva erano gli amici di Salvatore e
le loro infinite discussioni di marxismo e comunismo, le loro barbe e i loro
capelli lunghi gli stanzini pieni di fumo e le notti insonni.
Avremmo trascorso il Primo maggio a Portella della Ginestra.
Mio fratello, appena arrivati lì insieme a tanti suoi amici in macchine che più
sgangherate non si poteva, mi raccontò quel che era successo lì una dozzina di
anni prima, della strage, di Giuliano, della mafia e degli agrari. Ma mi disse
che per tutti loro era sempre un giorno di festa.
C’era un fraterno amico di Salvatore quel giorno a
Portella. Sarebbe stato anche il suo testimone di nozze qualche mese dopo e con
me fu gentile e premuroso. Si chiamava Peppino Impastato. C’erano poi altri
ragazzi che tutti chiamavano i “greci”, erano in tanti e non parlavano in
italiano se non qualche parola e tutti con barba lunga, abiti abbastanza mal
messi e anche un po’ puzzolenti. Quando chiesi chi fossero mi spiegarono che
erano appunto “greci”, quasi tutti studenti e antifascisti che, a causa del colpo di stato
dei “colonnelli” che aveva imposto la dittatura fascista in quella nazione
culla della nostra civiltà occidentale, erano rimasti esuli e impossibilitati a
rientrare in patria oppure erano riusciti a scappare appena prima di essere
arrestati o peggio. Vivevano della solidarietà di studenti e lavoratori e a
Palermo ce n’erano addirittura centinaia.
A coronare quel primo maggio di canti, chitarre, incontri
con lavoratori, comizi sindacali e pranzi arrangiati, la cosa forse ai miei
occhi più impressionante fu la partita di calcio 50 contro 50 e 3 palloni nella
vastissima piana di Portella che ci sfinì ma ci lasciò felici e contenti.
Fui sempre riconoscente a Salvatore per quell’esperienza e
per un po’ di tempo quando rientrava a casa chiedevo notizie dei suoi amici
palermitani, greci e di altre parti della Sicilia, di cui allora ricordavo vite
e nomi.

Bei frammenti di memoria. Per quanto infantile provo un pizzico di invidia e di ammirazione per aver potuto conoscere personalmente Peppino Impastato. Con un po' di sfoggio di cultura come sosterrebbe Konrad Lorenz, anche se un po' cresciutello, hai avuto il tuo imprinting :-)
RispondiEliminaBeh! capita nella vita di incontrare persone che magari un giorno diventeranno importanti. Io ero allora solo un ragazzino curioso e un po' impressionato dalle bruttezze del mondo e dalla speranza di cambiarlo. Peppino era ancora all'università, sarebbe tornato solo dopo qualche anno a Cinisi dove avrebbe condotto con i suoi compagni la battaglia contro la mafia che ha segnato la sua vita e la sua morte.
EliminaQuindi quel giorno per me, che stavo conoscendo tante persone tutte in una volta, era solo uno dei tanti. Lo ricordo meglio al matrimonio di mio fratello cui lui fece da testimone. Fu lui, che oltre a Salvatore non conosceva nessun altro della mia famiglia oltre me, che si mise a farmi domande e così facemmo una bella chiacchierata. Ma non ricordo per niente l'argomento. Credo parlasse con me soprattutto per togliersi dall'imbarazzo di un pranzo con sconosciuti.