venerdì 1 maggio 2020

Il mio primo Primo Maggio

A Portella con Totò e Peppino


Credo fosse il 1970 o il 69, avevo appena 12/13 anni, e dopo che lo avevo pregato tante volte di farmi vedere cosa facesse a Palermo ove lui studiava e viveva per la maggior parte del tempo, mio fratello Salvatore mi portò con lui e per qualche giorno mi resi conto di come fosse la vita da universitario. O meglio, di come fosse la vita di Salvatore. E per me ragazzino ovviamente tutto quel mondo era affascinante: le cene al Ballarò con il fast food di allora, patate calde, “u puippu”, “a meusa”, i “caidduna cavuri cavuri” e via dicendo era tutta una scoperta. E anche la mensa di Santi Romano, il pensionato che credo avevano appena costruito e del quale, se non erro, era agibile solo la mensa.
Ma quello che più mi colpiva erano gli amici di Salvatore e le loro infinite discussioni di marxismo e comunismo, le loro barbe e i loro capelli lunghi gli stanzini pieni di fumo e le notti insonni.
Avremmo trascorso il Primo maggio a Portella della Ginestra. Mio fratello, appena arrivati lì insieme a tanti suoi amici in macchine che più sgangherate non si poteva, mi raccontò quel che era successo lì una dozzina di anni prima, della strage, di Giuliano, della mafia e degli agrari. Ma mi disse che per tutti loro era sempre un giorno di festa.
C’era un fraterno amico di Salvatore quel giorno a Portella. Sarebbe stato anche il suo testimone di nozze qualche mese dopo e con me fu gentile e premuroso. Si chiamava Peppino Impastato. C’erano poi altri ragazzi che tutti chiamavano i “greci”, erano in tanti e non parlavano in italiano se non qualche parola e tutti con barba lunga, abiti abbastanza mal messi e anche un po’ puzzolenti. Quando chiesi chi fossero mi spiegarono che erano appunto “greci”, quasi tutti studenti e antifascisti che, a causa del colpo di stato dei “colonnelli” che aveva imposto la dittatura fascista in quella nazione culla della nostra civiltà occidentale, erano rimasti esuli e impossibilitati a rientrare in patria oppure erano riusciti a scappare appena prima di essere arrestati o peggio. Vivevano della solidarietà di studenti e lavoratori e a Palermo ce n’erano addirittura centinaia.
A coronare quel primo maggio di canti, chitarre, incontri con lavoratori, comizi sindacali e pranzi arrangiati, la cosa forse ai miei occhi più impressionante fu la partita di calcio 50 contro 50 e 3 palloni nella vastissima piana di Portella che ci sfinì ma ci lasciò felici e contenti.
Fui sempre riconoscente a Salvatore per quell’esperienza e per un po’ di tempo quando rientrava a casa chiedevo notizie dei suoi amici palermitani, greci e di altre parti della Sicilia, di cui allora ricordavo vite e nomi.


2 commenti:

  1. Bei frammenti di memoria. Per quanto infantile provo un pizzico di invidia e di ammirazione per aver potuto conoscere personalmente Peppino Impastato. Con un po' di sfoggio di cultura come sosterrebbe Konrad Lorenz, anche se un po' cresciutello, hai avuto il tuo imprinting :-)

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    1. Beh! capita nella vita di incontrare persone che magari un giorno diventeranno importanti. Io ero allora solo un ragazzino curioso e un po' impressionato dalle bruttezze del mondo e dalla speranza di cambiarlo. Peppino era ancora all'università, sarebbe tornato solo dopo qualche anno a Cinisi dove avrebbe condotto con i suoi compagni la battaglia contro la mafia che ha segnato la sua vita e la sua morte.
      Quindi quel giorno per me, che stavo conoscendo tante persone tutte in una volta, era solo uno dei tanti. Lo ricordo meglio al matrimonio di mio fratello cui lui fece da testimone. Fu lui, che oltre a Salvatore non conosceva nessun altro della mia famiglia oltre me, che si mise a farmi domande e così facemmo una bella chiacchierata. Ma non ricordo per niente l'argomento. Credo parlasse con me soprattutto per togliersi dall'imbarazzo di un pranzo con sconosciuti.

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