giovedì 14 maggio 2020

La via canicattinese al socialismo.

Non abbiate timore, non si tratta di un articolo di teoria politica ma di un simpatico aneddoto. Anche se la politica c'entra sempre. 
Una piccola premessa per inquadrare contesto e personaggio.
La Via Italiana al Socialismo,  in poche ed esemplificative parole, fu la strategia ispirata da Togliatti e seguita dal PCI nel dopoguerra. La realizzazione del socialismo rimaneva l'obiettivo finale della lotta del partito. ma esso non si perseguiva con forme rivoluzionarie e di sommovimento violento della società come era avvenuto in Unione Sovietica ma con metodi pacifici e democratici. Il fine però rimaneva sempre l'abbattimento del sistema capitalistico, la sua radicale trasformazione a favore di un sistema più equo. E questo differenziava la strategia del PCI da quella delle socialdemocrazie del nord Europa e, in genere, dei partiti Socialdemocratici o Laburisti che invece avevano accettato il capitalismo e il liberismo e le sue inique regole di distribuzione della ricchezza. Da qui la Terza Via.
Non me ne vogliano storici e politologi per questa approssimazione semplicistica.


Lillo Ferreri


Lillo Ferreri apparteneva ad una prestigiosa famiglia del ceto medio produttivo (come si diceva una volta) di Canicattì. Bancari, commercianti, imprenditori, studiosi, insegnanti: ad accomunarli oltre che il vincolo familiare, era la passione politica e l'ideale comunista. Cosa abbastanza inconsueta nella Sicilia degli anni sessanta per persone di quel ceto. E anche abbastanza coraggiosa. 
I Ferreri godevano e godono ancora, per onorabilità, onestà e correttezza, del rispetto dei loro concittadini e Lillo, che era quello più impegnato in politica, nella vita si era dedicato, oltre che a svolgere seriamente il suo lavoro di dirigente di banca, soprattutto alla sua passione ideale ed era uno dei massimi dirigenti del PCI di Canicattì e della provincia di Agrigento.
Io lo conobbi quando ero giovanissimo. Come componente della segreteria provinciale della FGCI (l'organizzazione dei giovani comunisti) ero spesso invitato alle riunioni del Comitato Federale del PCI, l'organismo dirigente provinciale che allora era convocato abbastanza spesso.
Ero proprio un ragazzino di 16/17 anni e non possedevo mezzi per andare e soprattutto tornare dalle riunioni di Agrigento e così mi capitava, visto che queste finivano quasi sempre tardi, di rientrare in paese con Lillo Gueli, sindaco e dirigente del mio paese oppure con i compagni di Ravanusa (paese molto vicino al mio) che mi davano un passaggio. Una sera però erano assenti o erano dovuti rientrare in anticipo sia i  compagni di Campobello che quelli di Ravanusa. Chiesi allora consiglio a Federico Martorana, la chioccia  di noi comunisti in erba, che, guardandosi in giro, notò il compagno Ferreri e gli chiese se poteva darmi uno strappo fino a Campobello.
Lillo fu ben felice di accompagnarmi con la sua Dyane. Non era sposato e a casa non lo aspettava nessuno. Lavorava allora a Delia, un paese della provincia di Caltanissetta ma molto vicino sia a Canicattì che a Campobello e così darmi uno strappo fino a Campobello non era per lui troppo faticoso. 
Da subito, quel contatto si rivelò ben più che una cortesia tra compagni. Lillo era una persona affabilissima e sentivo che per me aveva subito provato affetto e simpatia. Possedeva un forte carisma e già quella prima volta mi propose, nonostante l'ora tarda, di andare a cena in un posto che lui sapeva essere aperto anche a quell'ora. Io, ragazzino, avevo poche lire in tasca e titubai un poco, ma dopo il "naturalmente offro io" di Lillo, accettai di buon grado. 
Cominciò così una specie di tradizione che si ripetè più volte e un piacere reciproco di conversare di politica ma anche di altri argomenti. Conobbi posti a lui familiari, spesso vere e proprie bettole, dove si mangiavano delizie a me sconosciute fino ad allora e che i palati fini disdegnavano, come i piedi di maiale, gli zireni, il sanguinaccio e via frattagliando e imparai ad apprezzare il buon vino. Quei posti erano frequentati da un'umanità che mi incuriosiva e in qualche modo mi affascinava e quando entrava Lillo Ferreri era tutto un salutarsi tra vecchi amici, compagni e persone che, seppur di diversa cultura e condizione sociale, si stimavano.
Quella amicizia con quell'anziano compagno purtroppo durò poco. Non ricordo l'anno preciso ma Lillo abbastanza presto si ammalò e ci lasciò.
Circolavano tanti aneddoti sul compagno Ferreri, ne ricordo qui uno dei più gustosi.
Nei primi anni sessanta Lillo fece un lungo viaggio in Unione Sovietica. Non so se da turista o in qualche delegazione ufficiale del partito, ma propendo per questa seconda ipotesi. Non era cosa di tutti i giorni visitare quella terra che allora suscitava, al contempo, forti speranze e grandi paure. La culla della rivoluzione socialista, dove era stato sconfitto il nazismo e si erano socializzati i mezzi di produzione ma anche il paese di Stalin e delle purghe. 
Della Russia allora si diceva tutto il bene e tutto il male possibile. Dipendeva da che parte stavi. 
Tra i compagni fu dunque grande la curiosità di conoscere la verità sulla Russia direttamente da qualcuno di cui potersi fidare ciecamente e che aveva constatato di persona come fosse la vita laggiù. 
Così, al ritorno a Canicattì di Lillo, si organizzò una serie di assemblee in tutte le sezioni comuniste di Canicattì e anche in altri comuni della provincia. L'attesa più grande, come ovvio, fu per l'assemblea della sezione di Borgalino, la parte alta di Canicattì famosa per le sue osterie, " li Putìi di vino" delle quali il nostro Lillo era frequentatore e dove era molto stimato.
All'assemblea Lillo aveva spiegato minuziosamente e appassionatamente il funzionamento del sistema sociale in URSS: la scuola e l'università gratuita per tutti, la sanità, i soviet e la programmazione economica. E se c'era qualcuno che chiedeva qualcosa su libertà e diritti civili rispondeva tranquillamente e senza alcuna difficoltà dicendo che in quella fase di "dittatura del proletariato" bisognava rinunciare pure a qualcosa ma che era per il bene comune.
A Borgalino, la folla traboccava e gli osanna per le belle notizie portate dal compagno Ferreri erano udibili ben oltre i locali della sezione: il sol dell'avvenire esisteva, esisteva davvero una società di eguali, senza padroni e sfruttati, dove la terra era di chi la lavorava e a tutti veniva dato secondo il bisogno.
Ma alla fine del discorso del compagno Ferreri e dopo applausi e commenti di approvazione si alzò una voce di un anziano compagno brugalinaru, del quartiere: 
"Ma dimmi 'na cosa compagno Lillo, ma a la Russia ci sù li PUTII DI VINU?"
Per la prima volta da quando raccontava la Russia ai compagni, Ferreri ebbe un attimo di perplessità. Se avesse detto che di osterie non ce n'erano, avrebbe deluso enormemente i compagni di quella sezione. E così in un attimo ebbe l'alzata di genio:
" Cumpagni, l'unicu difiettu ca avi la Russia è propriu chissu, Putìi di vinu nun ci nni sunnu. Ma propriu ppi ssu motivu lu cumpagnu Togliatti sciglì la VIA ITALIANA AL SOCIALISMO. Lu comunismu c'amma fari nuantri, ava esseri ccu li Putìi di vinu!!!"
Fu l'apoteosi, i “W la Russia” precedenti furono sostituiti da “W Togliatti” e quell'assemblea si rivelò un trionfo!

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